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La riflessione di Paolo Mieli sul Corriere della Sera sul prossimo congresso del Pd e l’indicazione del nome del premier alle prossime elezioni politiche, che dovrebbe avvenire in tempi rapidi e non alla vigilia del voto, pone una sollecitazione alla classe dirigente del Pd, e in particolare alla segretaria Elly Schlein, perché si affretti a favorire la scelta dei nomi da mettere in campo.

Ciò, grazie alla partecipazione dei dirigenti e dei delegati al congresso nazionale, favorirebbe un processo democratico e una diversa attenzione del partito, in vista delle elezioni politiche. La riflessione dell’illustre collega non è affatto peregrina. Essa nasce, peraltro, da uno storico della Sinistra che più volte è intervenuto con severe analisi sulla crisi del Pd e della Sinistra. Il pensiero di Mieli ha anche, a ben pensarci, una ricaduta nel Pd in Irpina alla ricerca di una propria identità, di coerenza, e in crisi di partecipazione.
Con metodi da vecchia politica, clientelismo e trasformismo, l’on Maurizio Petracca ha egemonizzato il partito sia con l’apporto di vecchi arnesi, sia esercitando il potere derivatogli dal ruolo regionale quale presidente della Commissione agricoltura.

Non è mancanza di rispetto nei suoi confronti, ma la rappresentazione di un certo modo di far politica, che Petracca gestisce contro una opposizione debole e insignificante, fatta eccezione per molti giovani che minacciano finanche di uscire dal partito. Il Pd oggi svolge il suo ruolo a porte chiuse, con mediazioni lottizzate e totale assenza di pubblico dibattito sulle grandi questioni. A partire dal tema delle zone interne, passando per il mutismo sul ruolo della città capoluogo affetta da una grave questione morale e di legalità, giungendo infine al tesseramento “truccato” che corrisponde ad una specie di mercato delle vacche.
Di tutto questo Petracca non è il solo responsabile, sebbene in questo ultimo periodo egli non ne sia del tutto esente.
Il Pd in Irpinia, commissariato per anni, senza affondare il bisturi nelle piaghe, sebbene abbia avuto un segretario di tutto rispetto, ma debole e inconsapevolmente strumentalizzato nel ruolo che gli competeva, non ha fatto altro che peggiorare la crisi.

E veniamo all’oggi. I candidati imposti per il voto congressuale che dovrà portare all’elezione del segretario provinciale e del gruppo dirigente del Pd irpino sono venuti fuori come una sorpresa uscita dall’uovo di Pasqua.
Indicati dai vertici, essi non hanno goduto della partecipazione dei tanti iscritti, molti dei quali sfogliano oggi la margherita per decidere se rimanere nel Pd o dare il proprio contributo alle tante associazioni che lavorano per il territorio. Fenomeno questo molto sottovalutato.

Dunque, si tratta di un congresso che nasce con un vizio di origine: l’assenza di partecipazione. Di più. Con un travagliato dibattito alla vigilia che, vissuto con la preoccupazione per un dato allarmante di incoerenza della linea politica e probabili pastrocchi all’orizzonte, disegna un rilevante arretramento nel campo progressista.
Dunque, seguendo il ragionamento da cui prende questa nota, il Pd dovrebbe uscire dalle stanze del mediocre potere e organizzare una importante assemblea degli iscritti. Un tempo e un luogo necessario per un chiarimento.
E dall’ascolto tracciare uniti, non solo formalmente ma sul piano fattivo, il percorso della rifondazione di un partito che oggi sembra vivo, ma è in agonia, sopravvivendo a se stesso.

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Gianni Festa

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