Arriva dall’Arci Avellino una nota sulla vicenda relativa alla morte il 19 luglio 2026, nel quartiere Pilastro di Bologna, Abderrahim Fakir, durante un intervento delle forze dell’ordine, immobilizzato a terra. “Le immagini diffuse mostrano gli ultimi istanti della sua vita, poche parole: “Aiuto, basta”.
Venticinque anni prima, a Genova, Carlo Giuliani veniva ucciso durante il G8; la gestione dell’ordine pubblico che ne seguì avrebbe portato, per la Corte di Cassazione, a un “completo accantonamento dei principi-cardine dello Stato di diritto”.
Nel 2020, dall’altra parte dell’oceano, George Floyd moriva ripetendo: I can’t breathe.
Tre città. Tre epoche. Tre nomi. Un filo rosso che lega eventi lontani nel tempo e nello spazio, e non è soltanto la mano che ha causato queste tragedie: è una precisa volontà politica, un preciso orientamento che confonde volutamente il concetto di sicurezza con la repressione e la violenza.
Mentre decine di migliaia di persone sfilavano per le strade di Genova per ricordare il venticinquesimo anniversario della morte di Carlo Giuliani e dei massacri del G8, è arrivata a spezzare l’entusiasmo e ad alimentare la rabbia la notizia della morte di Abderrahim. Alcuni spezzoni del corteo hanno proseguito la loro marcia oltre la fine prestabilita della manifestazione per urlare il proprio sgomento per l’ennesima morte di Stato. La sorella di Carlo, Elena Giuliani, ha commentato l’accaduto il giorno seguente, durante la commemorazione a piazza Alimonda, legando la morte di Abderrahim a quella di suo fratello e di tanti altri “ultimi” che hanno pagato con la loro vita le distorsioni di questo sistema.
Si è detto spesso che a Genova nel 2001 la gestione della piazza era intenzionalmente finalizzata a “dare una lezione”, a “spaventare i manifestanti”, a costringere alla resa coloro che avevano capito a cosa andavamo incontro, un neoliberismo che divide le persone in due precise categorie: chi può godere dei diritti fondamentali, come ad esempio il diritto alla vita, e coloro per i quali i diritti possono essere sospesi o addirittura soppressi. Venticinque anni dopo possiamo constatare che in parte la politica dei palazzi ha raggiunto lo scopo, la frammentazione e l’incapacità di convergenza del mondo dei movimenti e delle associazioni è evidente, l’impossibilità di produrre mobilitazioni di massa è diretta conseguenza – anche – della paura che il G8 ha generato nelle persone.
Oggi è scontato associare il corteo allo scontro con le forze dell’ordine. Dopo venticinque anni possiamo dire che le paure e le rivendicazioni del movimento No Global erano non solo sensate, ma una vera e propria premonizione: la distruzione dello stato sociale che alimenta l’insicurezza autentica, la speculazione a discapito delle persone, l’estrattivismo sfrenato come metodo e visione del mondo.
Durante le mobilitazioni autunnali e invernali però un granello di sabbia ha inceppato gli ingranaggi della paura: l’enorme e per alcuni inaspettata partecipazione ai cortei per la Palestina ha evidentemente spaventato una certa parte politica, la cui reazione si è tradotta nell’ennesimo pacchetto sicurezza, un blocco di misure liberticide, con il chiaro scopo di svuotare le piazze e di introdurre nuove fattispecie di reato e pene degne di un perfetto Stato di polizia.
Nelle stesse ore in cui circolava il video della morte di Fakir, la Procura di Bologna non ha iscritto nel registro degli indagati i due agenti e i quattro sanitari coinvolti: ha disposto un’«annotazione preliminare» nel nuovo registro Mod. 45-bis, introdotto dall’ultimo decreto sicurezza. Un binario riservato ai casi in cui «appare evidente» che chi ha agito lo abbia fatto in presenza di una causa di giustificazione. Il punto di partenza dell’indagine diventa la presunzione che sia andato tutto come doveva.
La novità non è burocratica. È culturale. Ed è giuridica.
Per la prima volta il legislatore costruisce un modello investigativo fondato non sulla possibilità di dimostrare il reato, ma sulla preventiva considerazione che il fatto sia stato commesso in presenza di una causa di giustificazione. Ciò che nel processo penale dovrebbe essere l’esito di una verifica istruttoria e di una valutazione giudiziaria diventa il presupposto attorno al quale l’indagine viene costruita. È un rovesciamento della logica processuale.
E le parole del legislatore non sono mai neutrali: il registro non è dedicato ai fatti per i quali occorre verificare l’esistenza di una causa di giustificazione, ma ai fatti “compiuti in presenza di una causa di giustificazione”. Non è una sfumatura linguistica. È una scelta che rischia di incidere sul modo stesso in cui l’indagine viene percepita dalla collettività e sulla fiducia dei cittadini nella sua imparzialità.
Nessuno chiede che le forze dell’ordine siano ritenute responsabili per il solo fatto di aver esercitato le proprie funzioni. Ma quando una persona muore durante un intervento coercitivo dello Stato, il primo dovere delle istituzioni non è anticipare la liceità della condotta: è garantire un accertamento rigoroso, indipendente, trasparente.
La memoria del G8 ricorda quanto sia fragile lo Stato di diritto quando il controllo sull’uso della forza viene meno. Alla Diaz e a Bolzaneto a ferire le istituzioni e la democrazia non fu solo la violenza, ma il tentativo di alterarne la ricostruzione con falsificazioni e omissioni, poi accertate in sede giudiziaria. Oggi il rischio ha cambiato forma: non la manipolazione delle prove, ma un modello d’indagine differenziato proprio là dove il controllo di legalità dovrebbe essere massimo.
E non tutte le vite entrano nello spazio pubblico con lo stesso peso. Quando a morire è una persona razzializzata o marginalizzata, il dibattito comincia chiedendo cosa avesse fatto, prima ancora di interrogarsi sull’operato di chi esercitava la forza pubblica. È una gerarchia implicita delle vite, costruita politicamente, che colloca sistematicamente alcune morti in fondo: dalla Palestina al Sudan, fino al Mediterraneo.
Per questo la memoria di Genova non appartiene al passato: è un monito. La tutela dei diritti fondamentali non si misura nei casi ordinari, ma nella capacità dello Stato di sottoporre il proprio operato alla legge proprio quando esercita il massimo della sua forza.
Chiedere verità e giustizia per Abderrahim Fakir non è una condanna anticipata verso chi è intervenuto: è pretendere ciò che la Costituzione e la Convenzione europea dei diritti dell’uomo impongono ogni volta che una persona muore sotto il controllo delle istituzioni. Un’indagine effettiva, indipendente, capace di accertare la verità”.



