“Da alcuni giorni, leggendo i giornali, si ha la sensazione che il congresso del Partito Democratico irpino sia entrato in una fase di nomination in stile reality”. Così in una nota Radici e Futuro, lista che al congresso provinciale PD sostiene Pellegrino Palmieri.
“Ipotetiche candidature unitarie spuntano dal nulla, si inseguono ipotesi di sintesi, si tratteggiano equilibri immaginari. Eppure, mentre si moltiplicano i nomi, l’Irpinia continua a fare i conti con una sanità fragile, con trasporti insufficienti, con la precarietà del lavoro, con lo spopolamento che svuota i paesi e con un’agricoltura messa in difficoltà dai cambiamenti climatici. Vorremmo meno nomi e più proposte politiche. Meno etichette e più soluzioni per la gente in carne e ossa.
La narrazione prevalente restituisce all’esterno l’immagine artefatta di un partito nel caos, una sorta di ‘tutti contro tutti’. C’è, da parte di alcuni, la volontà di bloccare il confronto per impedire un congresso vero, ma la discussione può esistere se c’è la volontà di costruire il partito. Il congresso è il momento più alto della vita democratica di una comunità politica: è il passaggio in cui si decide non solo chi guiderà il partito, ma quale fisionomia esso assumerà nei prossimi anni. È qui che si sceglie se essere un comitato elettorale permanente o una forza radicata nel territorio, capace di interpretare bisogni e conflitti. È qui che si delinea l’identità.
Noi, Radici e Futuro, siamo per l’unità, lo siamo sempre stati. Ma l’unità non è una formula organizzativa né una sommatoria di appartenenze. L’unità è il risultato di una sintesi politica costruita mettendo al centro la vita concreta delle persone.
Prima vengono le idee, poi i nomi. Se si rovescia quest’ordine, l’unità diventa un gesto estetico, privo di contenuti.
Nel percorso congressuale abbiamo incontrato iscritti e militanti in diversi circoli. Abbiamo trovato attenzione, domande, desiderio di partecipare. C’è una richiesta netta di ascolto, di parola, di coinvolgimento. C’è, soprattutto, una fame di politica che smentisce l’immagine di un partito fermo al palo. Il nostro compito è dare voce a questa domanda, rappresentare uomini e donne che chiedono un partito aperto, capace di discutere e decidere. Perché la verità è che negli ultimi quattro anni l’assemblea provinciale non si è mai riunita; la direzione poche volte; in molti circoli non si convocano assemblee o direttivi da anni. Il problema non è l’eccesso di conflitto, ma il deficit di confronto. E un partito che non discute non è pacificato: è semplicemente bloccato. Anche perché ogni tesserato ha un nome e un cognome e dietro ogni persona c’è un’idea. Non possiamo ridurre tutto a equilibri correntizi. Le correnti possono essere una ricchezza, se rappresentano culture politiche, sensibilità, visioni differenti; diventano un limite quando sono piegate al servizio dei capi corrente e alla loro “sistemazione” politica. Un congresso non è una mera spartizione, ma la costruzione di un percorso comune.


