di Virgilio Iandiorio
La rivoluzione “silenziosa”, che sta avvenendo in Iran, ha avuto una lunga gestazione nella mente e nel cuore degli Iraniani. I sintomi si ritrovano nelle opere degli scrittori di questo paese. Simin Daneshvar (1921-2012) è stata la prima donna in Iran a pubblicare un romanzo. Nel 1969, infatti, pubblicò un racconto di ampio respiro intitolato Suvashun, ambientato nell’Iran durante la seconda guerra mondiale e in particolare nella città di Shiraz, paese natale della scrittrice, luogo carico di storia per tutti gli Iraniani. La vicenda di Zari, protagonista del romanzo, donna colta, di buone condizioni sociali e felicemente coniugata, rievoca i valori antichi di giustizia, onestà, amore non solo tra un uomo e una donna, ma anche quello per un ideale a cui sacrificare anche la vita.
McMahon, corrispondente di guerra irlandese amico del marito di Zari, rivolto alla cerchia di amici che sono intorno a lui, esclama: “ Oh Irlanda, oh terra dei discendenti Ari, ho composto un poema su un albero che deve crescere sul tuo terreno. Si chiama Albero dell’Indipendenza e deve essere irrigato col sangue, non con l’acqua, perché questa lo seccherebbe. Sì, Yusuf [marito di Zari] hai ragione, se l’indipendenza va bene per me, va bene anche per te. E la storia che mi hai raccontato mi è stata assai utile. Mi hai parlato del ruolo dell’albero nelle vostre leggende, le cui foglie seccate, se applicate sugli occhi come fossero bistro, possono rendere una persona invisibile e capace di qualsiasi azione. Vorrei ci fosse un albero simile in Irlanda e un altro nella tua città” (S. Daneshvar, Suvashun- Una storia persiana, Francesco Brioschi editore, Milano 2018, pp.20-21).




