di Virgilio Iandorio
I nostri paesi muoiono. Basta guardare gli avvisi di vendita sempre più numerosi affissi alle porte e alle finestre delle case. Sembra quasi volersi disfare di qualcosa di ingombrante di fastidioso. Un paese, però, è morto anche quando chiudono i negozi, o quando chiude il bar, che in essi è spesso l’unico punto di ritrovo, di aggregazione.
E’ sotto gli occhi di tutti la chiusura al traffico per anni di strade importanti, ma ci rassicurano che questo è per la messa in sicurezza; lavori nei centri abitati che iniziano e non si sa quando avranno fine, ma si dice che si tratta di arredo urbano, una cosa buona e rassicurante perché la parola fa rima con corredo e siamo portati, col cuore, al momento felice delle nozze fatte o da farsi.
E i servizi? Funziona egregiamente l’autovelox che dà multe a destra e a manca. Io non saprei dire quanti incidenti siano stati evitati grazie a questo misuratore di velocità delle vetture, certamente ha portato qualche soldo nelle casse dei comuni.
Restano nei paesi quasi solo gli anziani con le loro importanti esigenze di cura e di affetto, alle quali è sempre più impegnativo rispondere. Non può bastare la festa estiva a tenere in vita artificialmente una parvenza di vita di paese. Non soddisfa nessun bisogno il tentativo di abbellire con luci a Natale i paesi che hanno smarrito il senso della vita associata. E’ un poco come il rossetto sgargiante sulle labbra di una signora novantenne.
E la gente che abita i paesi? Succede un poco come quando imperversa il temporale, tutti si corre a ripararsi in casa; nell’attesa che spiova e poter ritornare al lavoro o nella strada. Nel caso dei nostri paesi, sembra proprio che il temporale non abbia fine, quasi una condizione perenne della nostra esistenza. Ma che cosa sta accadendo? Possibile che questo ordine di cose, certamente fatto dagli uomini, venga percepito come naturale e legittimo?
La crisi, che ha colpito da tempo i nostri paesi, da economica sta divenendo sociale ed anche di mentalità, oserei dire antropologica. La rassegnazione sembra l’unica via d’uscita.






