Sono lampi, visioni quelli che consegna Assunta Sanzari Panza nella sua raccolta “La visionaria”, Vallecchi edizioni. Lo sottolinea sapientemente Davide Rondoni nella prefazione spiegando che “Per la scrittrice il linguaggio è esito e campo di una costruzione e non di una spiegazione. Ma quel che il linguaggio costruisce non è linguaggio ma vita”. Accade così che “la volontà di scrittura, l’energia di composizione, la lotta tra scrittura e morte che qui vanno in scena trovano la conferma della loro verità e il fiore più estremo del loro cuore in versi delicati e sospesi”. Una sfida ribadita nei versi che fanno da epigrafe e introducono la raccolta “Convertirò le mie visioni di guerra in arte come artificio e farò dei miei pensieri brani di carne”. Una tensione verso la vita evidente anche nel titolo delle sezioni da “Bios” a “Onirica” e nell’attenta ricerca lessicale che gioca sull’abbondanza di nomi e aggettivi e sullo stridore degli ossimori, piegando le parole a significati nuovi dal “chiassoso riverbero di quiete” a “eclissi di colpe accese riaccese”, in un costante abbraccio tra spazi interiori ed esteriori “Striscia il fruscio di pensieri/lampi vivi quasi mordenti fitte/parole di granito squarciano/la volta profonda:/procace mendace deserto azzurro/nell’ora che sembra più scura/quasi fenomenologia di pensieri scissi/grumi di umana belluinità/oltraggio a colui che sa di grammatica”. L’autrice ci ricorda che “Vera madre non colei/che dissemina fiori sparsi, germogli/e non vede fiorire rose tulipani/in alveoli materni/raschia/cordoni ancora pencolanti….Vera mamma/chi mescola/fiato a fiato/vita a vita/occhi a occhi/corpo a corpo/Il vaso è plasmato, il palmo forgia/l’appena schiusa natura”. Vita che è anche sinonimo di pace, in un modo dominato da guerre, come nel prezioso componimento dedicato a Francesco in cui si chiede “Cosa resta dell’uomo grato/agli uccelli/che invoca la pioggia sorella/che esulta se sente le frecce nel petto?”. Il suo è un invito ad imparare dai sassi il silenzio, mettendo da parte “chiassosi rissosi scroscianti battiti”. Costante la consapevolezza che il vero nemico è il tempo, poichè “la voce sgraziata del tempo/irrompe squassa abrase/ceneri sparse/Il corvo occhio fisso giace/fuso al buio/nessun’ombra: si fa mano della notte”. Tanto che la poetessa si chiede “Quanto vivranno le gemme color oro?/quanti respiri concede/il passo di natura graffiante/che ruba i fiati, rapina la spirale di luce?”. Non sembra esserci salvezza, dunque, nel segno di un gioco che si ripete sempre uguale: “Il gallo canterà ancora tre volte/tintinneranno i trenta denari/il collo strozzato/il giogo sospeso”. Solo la certezza di una minaccia incombente “Serpeggiano ovunque/dovunque è il loro fiato/come polvere tenace/plana si posa s’insinua ogni dive/interstizi di memoria”. Poichè “La belva è giunta a ghermire la preda/e il gran libro si chiude/Le pagine sono andate/sospese anche le orazioni/ma le braccia restano levate/il calice è vuoto”. Tanto da chiedersi “che resterà dell’uomo?/Non un’ombra, un contorno/niente più nessuna traccia/delle umane miserie/Le bocche taceranno/si chiuderanno gli occhi/fili di ferro costringeranno corpi mai esistiti”. Tra vendette e lotte tra simili “Solo il lamento d’un ultimo uccello/rapace divora famelico/i resti del mondo(caduto ai suoi piedi”. Mentre la terra si sgretola “L’albero è muto/ divelte radici/non più avvinte al ramo le foglie/il fiume è acqua stagnante”. Si ode solo il tintinnio delle monete “Pago, il mercante fa un cenno/alla madre ventrefecondo/Verrà domani altro giorno/altro scambio”. La poetessa è abilissima nel costruire immagini che restituiscono stati d’animo “Ribollono le onde come i tini/ e tiepido l’effluvio evapora. Si scioglie il sale a ogni declinare dei moti che serbano una gemma/si leva poi si abbassa il gran passo/cadenzato come incrociarsi di gambe”. Poichè “marosi di bellezza inondano affondano/in vitree forme di conche maroni”. La poetessa ci ricorda che “è solo vaghezza d’istanti/perduti rapiti sopiti in scrigni di sabbia”. Unico spazio di quiete il sogno: “Incede la notte, non governa i pensieri/veglia il muro nemico del sonno/si fondono corpo mente/stato di coma profondo/il sonno varca i confini/linea di morte sull’orlo del passato/annega incosciente in acque innocenti”. Mentre le parole di Cassandra sembrano risuonare con forza “Vive Cassandra nella parola/che genera parola/nei fonemi promiscui/nelle grida monito di rovina/Copritevi le orecchie/Tace marmorea bellezza/celato il volto, la voce inonda la valle distesa arresa”. E la visionaria “forma deforma trasfigura”. Una poesia dominata da silenzi, aridità “Sembra il ristagno del vuoto/dove si annida poesia/forza compulsa materia vivente/germoglio di zolla impertinente/gioco caparbio ressa fra corpi/fiera creatura del caosmos”. “IL freddo è ruggine sparsa/corrode annienta la lingua/ Ecco il cavallo stramazzato/ultimo gemito mortale/Cerchiamo anche noi il tempo perduto”. Mentre “Giace lo sguardo sull’arida sintesi/di cielo e terra/vita e morte/principio e fine”. Versi che richiamano la ricerca eliotiana proprio nella capacità di evocare ma sanno anche caricarsi di una forte valenza civile come nei versi dedicati a Giulia “Voltati, non guardare il nemico../Ecco la fragile essenza di uomo/non uomo/che imprime timbro nel sangue”.


