Peppino Gargani, lei è stato tra i primi a sostenere con convinzione la necessità di una riforma della giustizia. Oggi quella riforma è stata votata in Parlamento e manca solo il via libera del referendum del 22-23 marzo. Lei si schiera per il Sì.
Sì, perché già nel 1974 avevo presentato insieme a Gerardo Bianco una proposta di riforma della giustizia. Eravamo molto più arditi di oggi: presentammo una proposta firmata da 56 deputati per avere un Consiglio superiore diverso, composto per due terzi da laici e per un terzo da magistrati. Quella era la strada, non per politicizzare la magistratura, ma per evitarne l’autoreferenzialità.
L’autoreferenzialità è durata cinquant’anni e ha finito per creare problemi anche ai magistrati, che oggi si sentono penalizzati.
D’accordo sulla divisione delle carriere.
È inevitabile dopo l’introduzione del processo accusatorio. Nel 1989 ho lavorato al nuovo codice di procedura penale insieme a Gian Domenico Pisapia e a Giuliano Vassalli. Si dice spesso che Vassalli non avrebbe sostenuto certe posizioni, ma non è così. Vassalli riteneva che il nuovo codice avrebbe comportato due conseguenze necessarie: la divisione delle carriere tra pubblico ministero e giudice, per garantire la terzietà del giudice, e una revisione del principio di obbligatorietà dell’azione penale.
Nel processo inquisitorio il pubblico ministero aveva una funzione diversa, quasi di rappresentanza della società. Il processo accusatorio invece è un processo tra parti che si confrontano per far emergere la verità giudiziaria, mentre il giudice deve essere terzo e imparziale.
Per questo Vassalli sosteneva anche che l’obbligatorietà dell’azione penale non potesse più funzionare allo stesso modo: il pubblico ministero inevitabilmente esercita una forma di discrezionalità quando deve scegliere tra centinaia di notizie di reato.
Solo nel 1999 il Parlamento ha modificato la Costituzione stabilendo che il processo si svolge tra parti contrapposte davanti a un giudice terzo e imparziale. Questa è la Costituzione vigente e va applicata.
Un altro quesito molto discusso riguarda la composizione del Csm, che con la riforma avviene con il sorteggio. Alcuni temono che questo possa aumentare il peso della politica.
Su questo punto io sono molto più critico. Il quesito referendario purtroppo è unico. Io sono favorevole alla divisione delle carriere, ma se si trattasse di votare per il sorteggio sarei contrario.
Per questo rinuncio anche a fare propaganda: dico sempre la verità ai cittadini. Faccio parte di un comitato per il sì, ma sul sorteggio ho scritto vari articoli e resto molto perplesso.
Sono favorevole anche alla creazione di due Consigli superiori distinti, ma un organo costituzionale come il Consiglio Superiore della Magistratura non può essere composto per sorteggio. In qualche modo deve rappresentare la magistratura. E la rappresentanza non è solo politica: è anche una rappresentanza di garanzia.
Il sorteggio si usava duemila anni fa. Ho riletto persino una pagina di Aristotele che spiegava perché non fosse un buon metodo: non garantisce che vengano scelti i più capaci e meritevoli. Dopo duemila anni rischiamo di fare un passo indietro.
C’è anche un altro rischio: che il potere politico possa avere un’influenza maggiore.
Non c’è dubbio che i magistrati siano tutti degni, ma non tutti hanno necessariamente la stessa vocazione per ruoli così delicati. Il Consiglio superiore, nel tempo, ha assunto un ruolo molto più rilevante rispetto a quello originariamente previsto dalla Costituzione: non si limita più a trasferimenti e promozioni, ma è diventato uno dei pilastri delle garanzie dell’indipendenza della magistratura.
Se si sorteggiano i componenti laici all’interno di un elenco predisposto dal Parlamento, è evidente che nei nuovi Csm la politica potrebbe essere più rappresentata rispetto ai togati. Questo è un rischio reale.
E invece sulla istituzione di una Alta Corte disciplinare qual è il suo giudizio?
L’Alta Corte è una scelta giusta. L’unico elemento che manca è la possibilità di ricorrere poi in Cassazione, ma credo che questo potrà essere corretto anche successivamente alla riforma.
La cosiddetta “giurisdizione domestica” non è più accettabile. Non lo è nemmeno in Parlamento. Io, ad esempio, sono sempre stato contrario all’autodichia della Camera, perché è inevitabile che i deputati abbiano un’influenza politica e quindi è difficile garantire piena imparzialità.
Poiché la giurisdizione interna della magistratura non ha dato grandi risultati, sono favorevole all’istituzione dell’Alta Corte.
In sintesi, per quanto mi riguarda i punti qualificanti della riforma sono tre: la divisione delle carriere, l’Alta Corte e il sorteggio. Su due di questi tre sono favorevole, quindi nel complesso voterò sì.



