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I Fatti del Circeo, luoghi comuni e stereotipi nella narrazione della violenza. Il personale resta politico

Giulia di Cairano

Il personale è politico. Così recita il motto dello spettro che negli anni Settanta si aggira per l’Europa: lo spettro del femminismo, in quella che la storiografia ha considerato la sua seconda ondata. Se a dare l’espressione diventata poi paradigmatica è stato l’omonimo e fortunato saggio dell’attivista Carol Hanish, il concetto è ben più antico e ampio, tanto da aver riscontrato un grande successo anche in battaglie che con quella per la parità di genere hanno condiviso alcuni aspetti, pur mantenendo la propria specificità. È proprio in quei tumultuosi anni di rivolta che in Italia, tra il 29 e il 30 settembre del 1975, accadono quelli che sono noti come i fatti di San Felice Circeo, o anche il massacro del Circeo: Rosaria Lopez e Donatella Colasanti vengono rapite e stuprate da Gianni Guido, Angelo Izzo e Andrea Ghira, la prima viene uccisa, la seconda, fingendosi morta, riesce a sopravvivere e viene ritrovata nel bagagliaio di un’auto dai carabinieri, come documenta l’agghiacciante foto scattata dal fotoreporter Antonio Monteforte. In un periodo di significativi cambiamenti legislativi – nel 1963 viene promulgata la legge che consente alle donne l’accesso a tutte «le cariche, professioni ed impieghi pubblici, compresa la magistratura, nei vari ruoli, carriere e categorie, senza limitazione di mansioni e di svolgimento della carriera», nel 1970 viene varata la legge sul divorzio e nel ‘74 vince il fronte antiabrogazionista, e proprio nel ‘75 si assiste alla parificazione giuridica dei coniugi nell’esercizio della potestà – i fatti del Circeo soffiano sul fuoco dei movimenti femministi. Di più. Assumono un carattere periodizzante rispetto alla concettualizzazione e alla narrazione dello stupro, nel dibattito pubblico e nel senso comune si osserva a una cesura: c’è un prima e un dopo il Circeo. Questa è la tesi che Serena Terziani, dottoressa in studi storico-letterari e di genere, profila nel suo libro “I fatti del Circeo. La storia, le memorie, le immagini”, presentato al Circolo della Stampa di Avellino lo scorso 8 marzo, su iniziativa del Comitato provinciale di Avellino dell’ANPI.
Edito da Le Monnier e dato alle stampe l’8 settembre 2025, il testo durante l’incontro è diventato il pretesto per interrogarsi sulla violenza sessuale che «si presenta ancora oggi come una delle forme più gravi di violazione dei diritti umani fondamentali, nonché una delle maggiori espressioni del potere maschile sulle donne» – secondo i dati raccolti da grandi agenzie transnazionali, l’abuso fisico rappresenta un problema sanitario che colpisce un terzo delle donne nel mondo –, ma anche su altre tipologie di violenza di genere. Infatti, la violenza fisica, dalle molestie al femminicidio, è solo la più estrema, evidente e discussa manifestazione della disparità di genere, la cui fenomenologia è vastissima e non sempre visibile, come nel caso della violenza psicologica, che può talvolta sommarsi a quella fisica, che è comunque, sempre, anche psicologica. Tuttavia, solo con la Legge 66 del 15 febbraio 1996, appena trent’anni fa, lo stupro è stato riconosciuto ufficialmente come reato contro la persona. Se infatti stuprum è parola latina, indicante il disonore e la vergogna di aver avuto rapporti sessuali fuori dal matrimonio – dunque la rottura di un patto –, si deve attendere l’Ottocento per constatare un uso moderno del termine: nel codice Zanardelli, il primo dell’Italia unita, la violenza sessuale è inserita tra i reati contro il buon costume e l’ordine delle famiglie, insistendo sul valore fisico dello stupro, riducendolo all’atto penetrativo e alla lacerazione di tessuto connettivo, e sull’offesa alla famiglia (cioè agli uomini della famiglia) e alla «moralità pubblica», concezione riaffermata poi dal codice Rocco del 1930. Il personale è politico, gridano nelle piazze e nelle strade le donne, ma per essere politicizzata si presuppone che la donna sia una persona.
Ad aver ricostruito la pratica degli stupri sono state personalità come la scrittrice e attivista Susan Brownmiller, lo storico e sociologo Georges Vigarello e in Italia Annarita Buttafuoco con “Le Mariuccine” del 1985, citate nel testo della Terziani, che hanno contribuito a una nuova concettualizzazione dello stupro. Essa però tarda ad affermarsi, ancora oggi e a partire dal linguaggio, i cui limiti sono i limiti del nostro mondo. Come scrive l’autrice, nel pensiero comune e nel linguaggio quotidiano si registra «una manipolazione del significato reale delle parole, la quale associa il termine relazione al dominio sulla vita della partner, gelosia all’ansia del controllo perduto, amore al rifiuto violento di accettare la libertà di un altro essere umano, si veicola l’idea stereotipata dell’uomo che ama troppo» e «violando norme deontologiche, mutandosi in sensazionalismo, l’informazione mediatica si trasforma così in abuso, condizionando la percezione sociale e contribuendo alla sottovalutazione della problematica». Della romanticizzazione dello stupro e della spettacolarizzazione del dolore si trovano copiosi esempi. Terziani tratteggia due principali e gravi tendenze nella trattazione del fenomeno della violenza di genere da parte dei media, per certi aspetti contraddittorie: da un lato si veicola l’idea di violenza quale naturale inclinazione maschile, come cioè tratto ontologico dunque ineliminabile del maschio, e dall’altro si perpetua lo stereotipo, quasi fiabesco, del mostro, della bestia, o del malato di mente, che eccettuano dagli uomini normali. Entrambi questi diffusi atteggiamenti sono errati e fuorvianti perché sottraggono il fenomeno alla sfera storica, politica, sociale e culturale della violenza sulle donne, relegandola alle false dimensioni della naturalità o della follia. Esclusa una ristretta casistica di uomini affetti da malattie mentali, occorre prendere in considerazione la «banalità del male», in particolare della violenza maschile, non in quanto naturale, ma in quanto così consuetudinaria e storicamente radicata in tutto il mondo da sembrare naturale. Gli stupratori e gli assassini sono bravi ragazzi, mariti, fidanzati, fratelli, operai e imprenditori, manovali e insegnanti, analfabeti e istruiti, come Ghira, Guido e Izzo, protetti dallo scudo della cultura e del denaro. Speculare alla visione del maschio forte e contraddistinto da un irrefrenabile appetito sessuale, è quella della femmina debole, che si lascia fare il sesso dopo averne vinto una certa ritrosia che l’innocenza e il pudore le impongono in quanto donna rispettabile. Come sottolinea Claudia Iandolo, docente di lettere e scrittrice, tra le relatrici della presentazione dell’8 marzo, uno dei motivi per cui lo stupro del Circeo colpisce l’opinione pubblica è la verginità delle vittime: la presunta attività sessuale precedente a uno stupro responsabilizza la vittima. In altre parole, se avessero avuto rapporti sessuali prima dei fatti accaduti a San Felice Circeo, le ragazze sarebbero state colpevolizzate, «se la sarebbero andata a cercare» – a differenza dei ragazzi. Sebbene possa sembrare una narrazione superata, il femminicidio di Giulia Cecchettin, a quarantotto anni di distanza, testimonia che per scuotere la società e diventare simbolo di una battaglia bisogna essere una brava ragazza. E le ragazze che vanno in discoteca, che tradiscono il proprio partner, che sono fluide sessualmente, quelle che non vanno bene a scuola o all’università, le pornoattrici? Queste sollecitano, provocano, meritano lo stupro? Indicare nel titolo di un articolo che la donna uccisa era madre di tre figli rende il suo femminicidio più grave di quello di una donna senza figli?
Rimuovere la parola «consenso» e sostituirla con «dissenso» nel ddl Bongiorno è un passaggio fondamentale e preoccupante, che mette a rischio decenni di fatica nella costruzione e diffusione della cultura del consenso, contrapposta a quella dello stupro. È stupro non se manca la totale, manifesta e solida volontà di intrattenere un rapporto sessuale, ma se manca l’esplicito rifiuto, cioè nel caso in cui ci si immobilizza e non si risponde (chi tace acconsente), laddove la psicologia ha ampiamente dimostrato che irrigidirsi e/o non riuscire a formulare un’espressione linguistica sono reazioni alla paura, o nel caso di chi cambia la propria volontà nel corso del rapporto, o ancora di chi subisce sofisticate forme di coercizione verbale. Si passa dal positivo al negativo, dall’attivo al passivo. D’altronde l’esitazione femminile è stata lungamente erotizzata, ma c’è una grande differenza tra la lentezza e l’edging stabilite insieme da ambo i partner e il convincimento a vincere una naturale ritrosia femminile, che è in realtà violenza.
Nella dimensione del linguaggio, la professoressa Iandolo invita anche a riflettere sui testi misogini di alcuni cantanti molto in voga tra i suoi alunni, che ne ripetono alcune espressioni anche rivolgendosi alle compagne, le stesse che ascoltano queste canzoni e magari soffrono della «rape trauma syndrome». Il punto è che questo ci dice più su di noi che sui trapper o rapper, tra cui alcuni ribadiscono la cornice fittizia delle proprie narrazioni e la distanza tra esse e il modo di rapportarsi alle donne nella realtà. Dunque, il problema è la mancanza di una solida formazione non solo sessuo-affettiva, ma culturale, nei giovani e negli adulti: un ragazzo non semplicemente istruito ma formato, esercitato al pensiero critico e all’affettività, è in grado di distinguere tra immaginazione e realtà, tra idolatrare un cantante imitandolo e ascoltare una canzone che sublima il desiderio di essere forzata di una donna, non di tutte e non sempre. È legittimo sollevare dubbi in merito all’aderenza di alcuni generi musicali alla fattualità e meno all’astrazione, chiedersi perché non sono le donne a dar voce a questi desideri e perché nell’industria musicale sono poche e soggette a standard estetici più alti dei loro colleghi, così come richiamarsi alla responsabilità individuale nell’epoca degli Epstein files, in cui denaro e potere fanno da scudo agli uomini. Ci sono ancora i pariolini da una parte e le borgatare dall’altra, come nel massacro del Circeo, ricorda ancora Iandolo. Anche i contributi politici, artistici, scientifici proteggono stupratori e assassini. Separare l’opera dall’autore è una questione molto dibattuta, anche perché è difficile rinunciare a tutto ciò che di materiale e soprattutto immateriale gli uomini, anche quelli violenti e maschilisti, hanno prodotto nel corso della storia. Tuttavia, si può lavorare su uno strutturale progetto che cambi il nostro mondo. Per fare questo, non è sufficiente invitare Gino Cecchettin a molte trasmissioni televisive, non perché non sia una figura preparata e le sue parole non siano giuste, ma perché per un cambiamento sistematico serve ben più di un singolo e di qualche ospitata in tv. Affinché i sacrifici di vittime come Donatella Colasanti, che ha lottato per tutta la vita per la verità e la giustizia – come riportato da Floriana Mastandrea, sociologa e giornalista ospite della presentazione – non si può delegare la responsabilità politica a un padre, peraltro negli stessi tempi in cui il congedo parentale paritario è ancora messo in discussione. Di nuovo la paternità contrapposta alla maternità. Non abbiamo ancora superato il concetto freudiano dell’«invidia del pene» e nemmeno l’«invidia del grembo», teorizzata da Karen Horney, psicoanalista tedesca del primo Novecento, e ripresa in tempi più recenti dalla filosofa femminista Luce Irigaray, che si può leggere come una provocazione contro il controllo maschile sul corpo femminile e la sottrazione del potere di generare nuova vita. La terza via della collaborazione e condivisione pare ancora poco battuta. A rendere complessa la battaglia per i diritti delle donne, celebrati simbolicamente l’8 marzo, è anche il fatto, come sostiene Luciana Castellina, che sembra si combatta contro chi si ama, gli uomini, quando si dovrebbe combattere con e anche per loro, proprio perché li si ama.
Il nostro mondo è strutturato sul modello maschile, dalla medicina all’architettura, dalla sfera economica e lavorativa a quella privata e familiare. È perciò necessario un cambiamento del mondo tout court. L’amore è anche odio. È la contesa di ciò che pensiamo come contrapposto che plasma la realtà. Tutto è politica.

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