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Strage Acqualonga, respinto dalla Cassazione il ricorso straordinario

Strage di Acqualonga, respinto dalla Cassazione  il ricorso straordinario presentato dalla difesa di Gennaro Lametta — fratello del conducente del pullman, deceduto nell’incidente e condannato a nove anni per l’incidente che IrpiniaIrpinia A presentare il ricorso, il legale  di Gennaro Lametta, fratello del conducente del bus deceduto nel grave incidente stradale e proprietario del mezzo, condannato a 9 anni.

La sua difesa – rappresentata dall’avvocato Sergio Pisani – aveva sostenuto  che la IV Sezione Penale avesse  rigettato il precedente ricorso sulla base di «errori di fatto percettivi» – in sostanza una svista materiale – che avrebbero inciso in modo determinante sulla decisione.Il nodo tecnico: giunto cardanico e perizie contestate

Al cuore della vicenda giudiziaria permane la questione tecnica che determinò la tragedia: il distacco del giunto cardanico del veicolo. Le consulenze disposte dalla Procura avevano individuato tra le possibili cause un serraggio inadeguato ovvero l’impiego di perni non conformi. Neanche a dirlo, secondo la difesa la Cassazione avrebbe reputato insussistente la prova di un errore manutentivo, disattendendo quanto emerso dalle perizie condotte dagli stessi consulenti dell’accusa.

Un elemento che l’avvocato Pisani reputava cruciale concerne una registrazione audio ambientale: nella conversazione, gli interlocutori avrebbero fatto riferimento al controllo dei perni operato da due meccanici poco prima dell’incidente. Su tale documento non sarebbe mai stata eseguita una perizia tecnica. Per la difesa, si tratta di una omissione di rilievo: quella registrazione rappresenterebbe, secondo le parole dello stesso legale, «un fatto storico decisivo, con ricadute sul nesso causale tra condotta contestata ed evento».

Il ricorso contestava inoltre il diniego dell’attenuante relativa al risarcimento del danno. Tale attenuante era stata riconosciuta a tutti gli altri imputati, ma non a Lametta, sebbene il massimale assicurativo del veicolo fosse stato congelato con l’esplicito intento di destinarlo alle vittime. Una disparità di trattamento che la difesa considera ingiustificata sul piano giuridico.

I legali di Autostrade per l’Italia avevano  inoltre sollevato la questione della prescrizione dell’omicidio colposo, aspetto che potrebbe incidere sensibilmente sull’esito complessivo del procedimento nei confronti di alcune delle parti coinvolte.Con la sentenza depositata l’11 aprile 2025, la IV Sezione Penale della Corte di Cassazione aveva reso definitive le condanne. Le motivazioni articolate in 254 pagine, confermavano  responsabilità già accertate dalla Corte di Appello di Napoli con la sentenza del 28 settembre 2023. La Suprema Corte, presieduta da Emanuele Di Salvo e con relatore Attilio Mari, aveva rigettato i ricorsi di undici imputati. Tra questi, Giovanni Castellucci, ex amministratore delegato di Autostrade per l’Italia, ritenuto responsabile per la mancata inclusione della riqualificazione delle barriere laterali nel piano pluriennale adottato dal Consiglio di amministrazione della società il 18 dicembre 2008. La Corte aveva stabilito che il piano, considerato “strategico”, era stato proposto su impulso dell’ad e rientrava nelle sue competenze dirette.

Secondo quanto riportato nelle motivazioni, le barriere new jersey poste ai bordi del viadotto, pur già sottoposte a crash test, non furono oggetto di intervento nel piano approvato. Il costo previsto per l’adeguamento, non realizzato, era stimato in 138 milioni di euro. La Corte aveva riconosciuto un nesso causale tra l’omissione di tale intervento e le conseguenze dell’incidente. I giudici avevano respinto la tesi difensiva secondo cui la responsabilità della gestione del rischio non ricadeva sull’ad di Autostrade, affermando che «nessuna norma interna o esterna» escludeva la responsabilità apicale in materia di sicurezza. L’obbligo di vigilanza e decisione, si legge nel dispositivo, non era delegabile.

Due le pene riformate: Antonietta Ceriola, condannata a 4 anni di reclusione, e Gennaro Lametta, a 9 anni. Per entrambi, la condanna è ora definitiva. L’inchiesta era stata coordinata dalla Procura della Repubblica di Avellino, guidata da Rosario Cantelmo, con il pubblico ministero Cecilia Annecchini. Le indagini avevano ricostruito l’iter del piano di riqualificazione del 2008 e le sue implicazioni nella gestione della sicurezza strutturale dell’infrastruttura.

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