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Il venerabile Antonio De Curtis, in arte Totò

In occasione dell’anniversario della morte del Principe della risata e dell’inaugurazione della mostra “Totò and His Naples” organizzata dall’Italian american museum di New York, ecco un ritratto del Totò meno conosciuto.

di Antonio Emanuele Piedimonte

«Che cosa dovete all’umanità? “Amare il prossimo come se stessi: aiutarlo, fare del bene, senza limiti di sorta” (…) “Che cosa dovete a voi stesso?”, “Niente all’infuori del miglioramento spirituale”». è un passo tratto dal “testamento massonico” del marchese Antonio de Curtis Gagliardi universalmente noto come Totò. Il documento è emerso solo qualche anno fa, ma l’appartenenza del grande attore napoletano alla Libera-muratoria italiana era nota da tempo. Basti dire che qualche giorno dopo la sua morte, il 15 aprile 1967, sulle pagine del quotidiano “Il Tempo” apparve il necrologio scritto dai “fratelli” della sua loggia romana, alla quale aderiranno nel corso degli anni anche Aldo Fabrizi, Gino Cervi, Carlo Dapporto, Mario Castellani e Vittorio Caprioli. Eccone uno stralcio: «…è passato all’O. Et. l’Illustre Fr. Antonio de Curtis 30° Venerabile della R.L. “Fulgor Artis” (…) Il titolo distintivo che Egli scelse per la Sua bella Officina (sinonimo di loggia, ndr) significò per Lui incitamento e passione per quell’arte incomparabile di cui attinse con indeclinabile fede le più incantevoli cime. La Massoneria abbruna i suoi labari con infinita tristezza; ma con il massimo orgoglio iscrive il Suo nome sul Gr. Libro d’oro degli innumeri Fratelli che con la loro arte ed il loro ingegno onorarono l’intera umanità».

La notizia apparve dunque sulla stampa nazionale eppure, come accade spesso ai massoni italiani famosi, una cappa di silenzio avvolse questa parte della sua vita.

L’APPELLO E LA CERIMONIA

Uno spiacevole velo che in occasione delle celebrazioni per il centenario della nascita, nel 1998, il gran maestro del Grande Oriente d’Italia cercò di sollevare rivolgendo un pubblico appello al sindaco di Napoli: «Eviti che anche la memoria di Totò sia colpita dall’opera di rimozione della sua appartenenza alla Massoneria, che troppe volte fa cadere nell’oblio l’esperienza massonica di tanti illustri italiani», scrisse Virgilio Gaito, numero uno della prima Obbedienza italiana, aggiungendo che Totò era stato iniziato nel 1944 dalla loggia “Palingenesi” e aveva poi fondato la loggia “Ars et Labor” di cui era stato maestro venerabile (lo ricorda anche Giordano Gamberini nel celeberrimo “Mille volti di massoni”).

Il primo cittadino non rispose alla cortese missiva, e tuttavia qualche giornale locale, credendo erroneamente che si trattasse di una notizia inedita, decise di intervistare alcuni personaggi pubblici più o meno scandalizzati dalla “rivelazione” (un noto scrittore giunse persino a ipotizzare che si trattasse di una fake news). In realtà, c’era poco da meravigliarsi, il modus vivendi di Totò – contrassegnato da prodigalità, altruismo, generosità e nobiltà d’animo – era in perfetta sintonia con i valori-base richiesti ad ogni aspirante massone per poter accedere all’organizzazione iniziatica. Non a caso l’attore rimase un “fratello” a pieno titolo anche quando si mise “in sonno”, cioè quando decise di autosospendersi dalle attività di loggia, come ricorderà nel suo libro Franca Faldini: «Anche “dormendo”, il “sacco della vedova” pro diseredati io lo colmo lo stesso per i fatti miei…» (“Roma Hollywood Roma – Totò ma non solo”, Baldini&Castoldi 1997). Il termine “sacco” o “tronco della vedova” indica la raccolta di offerte per i bisognosi che ha luogo in tutti gli incontri rituali, antica prassi che si ispira al principio massonico su cui si basa il fondamentale impegno di “operare per il bene dell’umanità”.

Il 19 ottobre 2012, a Palazzo Vitelleschi, la Gran Loggia d’Italia (cioè la massoneria universale di rito scozzese antico ed accettato, Obbedienza di piazza del Gesù) gli ha conferito il 33° grado “alla memoria”, nel corso di un’intensa cerimonia a cui ha partecipato la figlia di Totò, Liliana De Curtis, alla quale nel corso di una solenne cerimonia sono stati consegnati il “Brevetto”, la Croce greca al merito, la fascia e gli altri paramenti tradizionali appartenuti al padre.

LA SPADA DI CAPRI

È ben nota la straordinaria parabola del geniale Principe della risata così come la sua straordinaria biografia artistica, sono in pochi invece a conoscere i dettagli del suo cammino massonico. Alcuni dei quali sono emersi nel 2019 nel corso di un convegno a Udine, in quell’occasione infatti si è scoperto che Antonio de Curtis fu iniziato molto tempo prima di quanto si riteneva, il suo ingresso in massoneria (il primo, dunque) è datato 1° maggio del 1925 ed ebbe luogo nella loggia “Nazionale” di Roma (Gran Loggia d’Italia). Una scelta coraggiosa, dunque, perché il momento storico era a dir poco critico: in quello stesso anno, infatti, tra l’imbarazzo di diversi “fratelli” fascisti (tra cui Italo Balbo, maestro oratore della loggia “Girolamo Savonarola”), Mussolini dichiarò fuorilegge la massoneria e molte logge furono oggetto di aggressioni, vandalismi e incendi. E a questo proposito c’è da ricordare che tra le rare voci che si levarono in difesa dei massoni italiani ci fu quella di Antonio Gramsci, in un celebre discorso al Parlamento l’eminente intellettuale comunista (fondatore del Pci) disse: «…chi è contro la massoneria è contro il liberismo, è contro la tradizione politica della borghesia italiana».

Finite le persecuzioni della dittatura anche Totò riprese le attività massoniche e lo fece anche nel suo buen retiro di Capri, “Villa Alpha”, dove, come ricorda lo storico Di Castiglione, in qualità di gran maestro fu autorizzato «a iniziare profani, risvegliare massoni provenienti da altre giurisdizioni, costituire triangoli e logge e conferire gradi (…) per l’Oriente di Capri, utilizzando l’antica consuetudine detta “sulla spada”». Espressione quest’ultima che indica una formula alternativa al normale rito di iniziazione, legata alla tradizione cavalleresca. E aggiunge: «Negli anni ’40 e ’50 villa Alpha rappresentò, quindi, un “centro” proselitistico di altissimo livello e prestigio» (“Totò massone”, Atanòr 2017).

IL MUSEO PERDUTO

Amata dai massoni, illustri e non, l’isola azzurra ha un importante storia massonica: nel 1818 – sotto il regno del “fratello” Murat – vi furono alzate le colonne della loggia “Cleofila Tirrena”, che ebbe come primo venerabile il cattedratico Domenico Nicotera.169

Al Principe della risata – che oltre a essere uno dei maggiori interpreti nella storia del teatro e del cinema italiani, fu anche drammaturgo, poeta, autore e compositore – il Comune di Napoli ha intitolato un depresso vicoletto parallelo a via Foria. E, cosa ancor più grave, da almeno tre decenni a questa parte si attende l’apertura del museo a lui dedicato e più volte promesso da vari sindaci e assessori. Molto meglio dei suoi concittadini hanno saputo fare i capri (con la bella piazza “Principe Antonio De Curtis, in arte Totò” con vista sui Faraglioni) e gli abitanti di Cuneo, il cui Comune da anni organizza l’“Adunata nazionale degli Uomini di mondo” (deliziosa citazione totoista) e nel 2001 gli ha intitolato la piazzetta dinanzi al teatro.

LA LIVELLA

Infine, un cenno a quello che secondo diversi autori è l’altro “testamento massonico” di Totò: la poesia intitolata “‘A livella” (1964). Premesso che la simbologia esoterica è uno degli elementi fondamentali e più essenziali della massoneria, la livella, come molti altri presenti nelle logge e nei rituali, rimanda alle origini leggendarie dell’ordine (la cosiddetta massoneria operativa). L’attrezzo muratorio è in questo caso metafora di quell’equilibrio essenziale per il percorso “muratorio”, ovvero il cosiddetto passaggio “dalla Perpendicolare alla Livella” che indica la costruzione di nuovo, armonioso sistema di riferimento, la “pietra levigata” indispensabile alla costruzione del tempio interiore, punto d’incontro tra il piano mentale con quello spirituale. Insieme con il filo a piombo, inoltre, la livella è tra gli attributi del Primo Sorvegliante (e per questo ne adorna il gioiello) e rimanda sia al collegamento tra la dimensione metafisica e quella sensibile sia al “livellamento” tra gli uomini intorno ai valori della tradizione (e dunque anche al concetto di uguaglianza tra “fratelli”). La livella – che Oswald Wirth riconduce al simbolo alchemico dello Zolfo – simboleggia, infine, il comune destino umano della morte materiale, il passaggio all’Oriente eterno, e anche in questa accezione fu usata dal maestro Totò per la sua celeberrima poesia.

Il testo è una sintesi tratta dal volume di Antonio Emanuele Piedimonte “Le 99 vie massoniche di Napoli – La città dei fratelli: la storia della massoneria meridionale nella toponomastica” (Edizioni Sub Rosa 2023).

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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