di don Gerardo Capaldo
“La sera di quello stesso giorno, il primo dopo il sabato, mentre erano chiuse le porte dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, si fermò in mezzo a loro e disse: Pace a voi” (Gv 20, 19-23). Gli auspici di pace con i quali il Risorto saluta i discepoli sono sempre più frequenti e incoraggianti.
Ma quale pace si poteva auspicare e persino donare in circostanze così terrorizzanti come quelle in cui i discepoli si trovavano dopo l’atroce martirio del Maestro? La Madre di Gesù era con loro, ma sempre a “porte chiuse” Con quale coraggio avrebbero potuto andare ad ammaestrare le nazioni? Un timore che non era certamente infondato.
Eppure, come è noto, questo coraggio lo trovarono, affrontando il martirio, come tanti altri in quei primi secoli: persone anziane, donne, fanciulle, esposti all’avidità famelica di leoni feroci. Quel sangue che presto diventò “seme di nuovi cristiani” in tutto il mondo allora conosciuto.
Persecuzioni infinite che si protraggono fino ai nostri giorni, inducendo le stesse comunità cristiane a compromessi meschini, a divisioni deleterie; a confondere l’amore con l’erotismo, il coraggio con la violenza di guerre fratricide, la pace con la moltiplicazione di armi sempre più distruttive, con la globalizzazione dell’indifferenza.
Il Vaticano II ha segnato senza dubbio una nuova primavera, un risveglio dello Spirito. Il Papa Leone e il presidente Mattarella denunciano ripetutamente questo stato di inciviltà. “Noi dobbiamo usare le menti – affermava Martin Luther King – per pianificare la pace in modo altrettanto rigoroso di quanto abbiamo fatto finora per pianificare le guerre”.


