Di Vincenzo Fiore
Nel libro Attention Span: A Groundbreaking Way to Restore Balance, Happiness and Productivity, la psicologa statunitense Gloria Mark lancia un allarme sulla condizione dell’uomo contemporaneo: la nostra capacità di concentrazione si sta consumando lentamente sotto il peso degli stimoli continui della tecnologia. L’attenzione focalizzata, cioè la capacità di restare concentrati su un solo compito, viene continuamente spezzata da notifiche, messaggi e contenuti sempre nuovi, rendendo sempre più difficile fermarsi davvero su qualcosa. Questa trasformazione è evidente anche nel mondo dell’intrattenimento: dai film, che richiedevano tempo, pazienza e immersione, si è passati alla frammentazione delle serie. Oggi, però, persino questo nuovo paradigma sembra troppo lento e obsoleto: dominano i reel di Instagram e Tik Tok, pensati per catturare l’attenzione immediata e poi essere subito sostituiti da altri. È come se la società non fosse più capace di sopportare l’attesa o la riflessione, vivendo in una continua corsa verso stimoli sempre più rapidi e superficiali.
Negli ultimi anni numerosi studi scientifici hanno evidenziato un fenomeno preoccupante: nei Paesi industrializzati i punteggi medi dei test del Q.I. stanno iniziando a diminuire. Questo dato rappresenta un’inversione rispetto al cosiddetto “Effetto Flynn”, la teoria elaborata dallo psicologo James R. Flynn, che ha osservato che per gran parte del Novecento ogni nuova generazione otteneva risultati migliori nei test cognitivi rispetto alla precedente. L’aumento era legato soprattutto al miglioramento delle condizioni di vita, dell’istruzione, dell’alimentazione e dell’accesso alle informazioni. Dagli inizi degli anni 2000, però, in oltre 80 Paesi si è osservato il fenomeno opposto, spesso definito “Effetto Flynn inverso”: i punteggi medi iniziano lentamente a calare, soprattutto nelle abilità legate alla concentrazione, al ragionamento logico e al problem solving. Secondo diversi studiosi, tra cui il neuroscienziato Jared Cooney Horvath, la Generazione Z (i nati fra il 1997 e il 2012) sarebbe la prima nella storia recente a mostrare risultati cognitivi medi inferiori rispetto ai Millennials (i nati fra il 1981 e il 1996) in alcuni ambiti specifici.
Tra le cause principali viene indicato il sovraccarico digitale. L’uso costante di smartphone, social network e contenuti brevi parcellizza l’attenzione e abitua il cervello a ricevere stimoli continui e immediati. In questo modo diventa più difficile sviluppare il pensiero profondo, la riflessione prolungata e la capacità di mantenere la concentrazione su attività complesse. La mente, continuamente interrotta da notifiche e flussi rapidi di informazioni, rischia così di perdere gradualmente l’abitudine alla lettura lenta, all’analisi critica e al ragionamento articolato. Oltre, a un graduale e consequenziale impoverimento del linguaggio e del pensiero: «I limiti del mio linguaggio sono i limiti del mio mondo», scriveva Ludwig Wittgenstein nel suo Tractatus Logico-Philosophicus.
In questo scenario, la questione educativa assume una portata che supera di gran lunga il semplice dibattito scolastico: riguarda la sopravvivenza stessa della profondità del pensiero umano. Se l’attenzione si frammenta, se il linguaggio si impoverisce, se la riflessione viene sostituita dalla reazione immediata, allora la scuola diventa l’ultimo baluardo rimasto in cui difendere la lentezza, la complessità e la fatica del comprendere. Per questo oggi servirebbe più scuola, non meno scuola. Più tempo dedicato allo studio autentico, alla lettura, alla scrittura, alla matematica, alla filosofia, alle scienze. E invece, paradossalmente, proprio mentre il livello di concentrazione e di elaborazione critica si indebolisce, la didattica viene continuamente erosa da attività spesso marginali e riempitive. Ore sottratte allo studio per lasciare spazio a un orientamento talvolta superficiale, a percorsi di formazione-lavoro privi di reale strutturazione, a progetti effimeri che raramente incidono sulla crescita degli studenti.
La scuola sembra aver smarrito la coscienza della propria missione storica. Essa non è nata per intrattenere, non è nata per inseguire compulsivamente i linguaggi del mercato o le mode pedagogiche del momento. La scuola è il luogo in cui l’essere umano impara il rigore del pensiero, la disciplina dell’argomentazione, il valore della conoscenza. È il tempio laico della parola e del ragionamento, non una ludoteca permanente in cui tutto deve trasformarsi in gioco, semplificazione o abbozzo. Negli ultimi anni, invece, si è diffusa l’illusione che l’apprendimento debba essere necessariamente “divertente”, rapido, spettacolarizzato, quasi incapace di tollerare la noia o la difficoltà. Ma ogni autentica formazione passa anche attraverso lo sforzo, il silenzio, la concentrazione prolungata. Occorrerebbe allora progettare una scuola diversa: una scuola con più libri e meno smartphone; più parole e più numeri; più memoria e più logica; meno schermi e meno “giochini” didattici. Una scuola che restituisca dignità allo studio serio e alla lezione rigorosa, senza ritenere la complessità un tabù.
Il più grande tradimento educativo che un docente possa compiere è regalare una sufficienza senza che vi sia stato un processo di studio. Fingere che l’apprendimento possa esistere senza dedizione significa tagliare la strada stessa della formazione umana. Ogni promozione immeritata, ogni abbassamento artificiale dell’asticella, ogni deresponsabilizzazione dello studente produce non inclusione, ma fragilità. È una falsa compassione che prepara individui sempre meno capaci di affrontare la realtà.
Eppure, questa esigenza di serietà sembra oggi quasi fuori tempo massimo. Viviamo in un’epoca di tagli, di accorpamenti scolastici, di impoverimento strutturale della scuola pubblica. Le classi diventano paradossalmente sempre più affollate proprio mentre la crisi demografica svuota il Paese. Gli esami vengono progressivamente semplificati, le risorse diminuiscono. Nel frattempo, aumentano i finanziamenti alle scuole paritarie (addirittura vengono istituiti bonus da 1500 euro per chi le sceglie), mentre molti edifici pubblici cadono lentamente a pezzi, simbolo materiale di una crisi culturale e politica ancora prima che economica. Ma una società che smette di investire seriamente nella scuola sta, in realtà, smettendo di investire nella propria libertà futura.
Perché il titolo di studio si può comprare, simulare, svuotare. La cultura no. La cultura autentica non è un certificato burocratico: è una struttura interiore, una forma della coscienza, una capacità di giudizio che rende l’individuo meno manipolabile e più libero. Ed è qui che il problema educativo si trasforma inevitabilmente in problema politico e democratico. Studenti condannati a una preparazione scarsa, superficiale o soltanto apparente diventano cittadini deboli, vulnerabili, facilmente trascinabili dalla propaganda, dall’emotività collettiva, dal rumore incessante dell’opinione immediata. Una società culturalmente impoverita è una società più esposta al dominio della semplificazione, dell’irruenza verbale, dei movimenti che sostituiscono il pensiero con lo slogan. Lo sapeva già Platone, lo ribadisce oggi Chomsky.
Forse il vero volto della crisi educativa contemporanea potrebbe essere riassunto in un neologismo: pedodemagogia. Una pedagogia degenerata in demagogia infantile; una falsa educazione che non accompagna più lo studente verso la conquista del sapere, ma verso l’illusione di un risultato garantito senza fatica, senza disciplina, senza impegno. La pedodemagogia non educa: consola, non forma: rassicura, non innalza l’individuo verso la complessità del pensiero, ma abbassa continuamente il sapere affinché tutto venga livellato a un 6, talvolta 7, politico. In nome di un malinteso egualitarismo, si finisce per considerare lo sforzo quasi un’ingiustizia, il rigore un trauma, l’autorevolezza culturale una forma di oppressione. Così la scuola smette lentamente di essere luogo di emancipazione e diventa spazio anestetico, incapace di chiedere agli studenti il coraggio del sapere. Siamo dinanzi a una nuova pedagogia che genera un’ignoranza nuova, più inquietante perché inconsapevole di sé stessa: un’ignoranza che ti sorride, mentre ti sta condannando.


