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Franco Arminio al Festival “Intrecci”: abitare l’Irpinia significa essere ricchi, qui è possibile coltivare l’antico e il futuro

Il poeta e paesologo ospite a Villa Amendola con la musicista Eduarda Iscaro: basta raccontarci come periferici e inutili. Poesia e amore sempre più necessari per avvicinarsi al divino

“Abitare l’Irpinia significa essere ricchi, mettiamocelo in testa una volta per tutte”. Lo ripete con forza il poeta e paesologo Franco Arminio, ospite ieri pomeriggio, in una Villa Amendola gremita come non mai, dell’associazione Intrecci insieme alla bravissima musicista Eduarda Iscaro, capace di mescolare sonorità differenti, nel segno dei ritmi del Mediterrano. “In altre città, come Francoforte o Parigi – prosegue Arminio – sono dei disperati. Sono costretti a inseguire il nuovo perchè non hanno l’antico. Ecco perchè non sono attrezzati per affrontare questo tempo. Mentre noi abbiamo una fortuna straordinaria, siamo ricchi possidenti ma continuiamo a non rendercene conto. Siamo su una cerniera antropologica, possiamo coltivare la radice fertile dell’antico e agire guardando al futuro, usando le nuove tecnologie. Se, invece, continuiamo a raccontarci come periferici, disperati e inutili, siamo degli stupidi”. Franco sottolinea più volte il legame con la propria terra “dove qualcosa, malgrado tutto, resiste e dove ho scelto di restare, proprio dopo la ferita del sisma”. Ricorda i viaggi da bambino ad Avellino insieme alla madre per fare tappa alla Standa, le visite dal dottore Mottola e le gite col padre tifoso per seguire l’Avellino calcio: “Era un rito quello della partita, seguivamo la squadra anche in trasferta. Un rito che cominciava con le paste e finiva allo stadio con le note dei Beatles”. Ribadisce la necessità di una sinergia tra governo locale e nazionale per far rinascere i paesi, di fondere “intimità e distanza, attraverso una comunità ruscello, un diverso modo di abitare i paesi in cui si viene e si va via”.

Si sofferma a lungo su un patrimonio genetico e di affetti, che è l’eredità lasciatagli dalla famiglia ” da mio padre ho ereditato il malumore e da mia madre l’ansia. ‘Che causa persa, che brutta fine aiti fa’ era la frase che ripeteva spesso mio padre, sono convinto di aver scritto i miei versi per dimostrargli, invece, che ero all’altezza. E’ morto il giorno in cui è cominciata la mia carriera letteraria, con l’uscita del ‘Viaggio nel cratere’, è stato il primo libro ad ottenere un grandissimo successo. E quando qualcuno si alza durante l’incontro, sento la sua voce che dice ‘Hai visto? Non li hai convinti’. Mia madre, invece, si portava dietro questa idea della sfortuna perenne. Era rimasta a Bisaccia ma aveva visto tutta la sua famiglia partire, aveva toccato con mano la sofferenza dell’emigrazione. Come lei, anche io vivo in un continuo allarme, anche se negli ultimi anni si è fatta strada in me una certa letizia, un’apertura alla speranza, a 66 anni posso affermare di avere una vibrante vita mesta. La poesia diventa anche un modo per congedarsi da vecchie ferite, un invito all’umanità che si aggroviglia su sè stessa”.

“Non amo mai parlare dell’ultimo libro che ho scritto, ho bisogno sempre di tempo per guadagnare uno sguardo  lucido sui miei lavori” confessa Arminio ma ammette che la sua ultima creatura ‘L’incredibile non si può dire a tutti”, edita da Rizzoli, è una celebrazione dell’amore. “Del resto, amore e morte sono le due polarità secondo cui vivo, tra il ritmo dell’esaltazione e l’avvilimento. Sto bene solo quando amo, altrimenti sembra che la giornata giri a vuoto. Considero l’amore una scala per raggiungere l’infinito, ‘abbiate cura di impazzire per un abbraccio’ dico in uno dei miei componimenti. Gli abbracci sono una stazione di rifornimento, come i libri, gli spettacoli teatrali. Pensiamo di essere autosufficienti a livello spirituale ma non è così, abbiamo bisogno di incontrare maestri, di rinnovare le radici, di innaffiare la nostra anima,  di rinnovare lo sguardo verso l’incredibile, altrimenti entriamo in una pseudovita che ci facciamo bastare ma che non ha lo splendore della vita ‘nutrita’. Se siamo concentrati solo sul contingente, se non abbiamo lo sguardo verso l’altrove non riusciamo a sporgerci verso l’infinito. Ecco perchè dovete avere cura di innamorarvi”.

Spiega come “Ogni libro è una riscrittura del già detto, ma c’è sempre il piacere di provare a dire le cose da un altro punto di vista”. Annunzia un progetto legato alla riscrittura del Cantico dei Cantici “Francesco ci parla della possibilità di trasformare un dolore in abbraccio, è Dio a farlo rimettere in viaggio ma può essere un amico, un amore a farci ricominciare”. Ed è un vero recital quello che consegna al pubblico. Franco recita versi, suoi e di altri poeti, da Penna a Caproni, chiede agli spettatori di cantare, racconta storie, riflette sul proprio tempo con leggerezza e profondità, parlando sempre a ciascuno dei presenti, come quando racconta il valore dell’amore che non perde forza anche quando non si è più giovani “Un uomo mi ha raccontato di avere ritrovato, dopo la perdita della moglie, la donna che amava da giovane. Lei è vedova da poco ma non possono frequentarsi perchè sarebbe sconveniente per la famiglia di lei. E così si vedono di nascosto, come due adolescenti. Mi ha colpito molto questa storia”. Confessa come “Ho sempre prediletto i luoghi che mostrano le crepe, quelli abbandonati, con l’intonaco rotto proprio come i volti degli anziani che mostrano con le rughe una nuova bellezza e potenza espressiva”

Ribadisce con forza il valore della poesia “Questo tempo ha bisogno di preghiere, canti e poesia che è la tecnologia più antica e che ci consente di tenere sveglia la mente, la mente poetica precede quella razionale, salvaguardandola dall’aridità, di passare dalla formica al buco nero, di far attraversare la ragione dal sogno, di fondere il vecchio e il nuovo. Ecco perchè dobbiamo sempre avere a portata di mano una poesia, proprio come si fa con le medicine, dovremmo avere un armadietto poetico e imparare qualche poesia a memoria, magari sottraendo qualche minuto a Facebook, dove ciascuno esprime opinioni che nessuno ha chiesto. Si può aprire con un poesia il pranzo della domenica, il consiglio comunale, il collegio dei docenti, una poesia recitata insieme crea letizia. Dobbiamo ricominciare a fare le cose insieme”. E confessa come il male del secolo “è la solitudine, pensiamo di essere connessi ma siamo sempre più soli. Posate il cellulare, che promette vicinanze ma ci rende sempre più soli, è come versare acqua in un secchio rotto, convincetevi che non accade nulla nel cellulare”

Ricorda come l’estate può essere l’occasione per quello che definisce il turismo della clemenza, “scegliete di andare in un piccolo paese senza un motivo, di passare qualche ora a Zungoli, Greci, Montaguto, Senerchia o qualsiasi paese dell’Irpina. Prendetevi un caffè nel bar del paese. Certamente incontrerete un’anziana che è il prodotto tipico dei paesi, un’anziana che ha probabilmente il marito al cimitero e i figli lontani. Abbiate cura di salutarla”.Poichè, chiarisce, “Salutare un vecchio non è una gentilezza ma un progetto di sviluppo locale. La donna comincerà a raccontarvi la sua storia se le chiedete come va, vi confesserà che parla da sola perchè ha paura di perdere la lingua. In questo modo portate il vostro ascolto a queste donne, permettete a questa persona di raccontarsi e vi distraete dalla vostra testa. Non date retta allo scoraggiatore militante, il fallito che si adopera a far fallire la vita degli altri e vi ripete che non c’è nulla, andate fino alla cima del paese e tornerete a casa più pieni. E se non vi sembrerà bello ciò che avete visto significa che dovrete cambiare il vostro sguardo”

Ed è davvero un incontro capace di emozionare e raccontare il potere della poesia, quello che consegna Arminio “Quando venne Celati a Bisaccia a declamare le sue poesie anche gli anziani, senza che dicessimo loro nulla, smisero di giocare a carte”. Un incontro introdotto dalle parole di Massimo Montanile, presidente dell’associazione Intrecci che pone l’accento sulla forza della lezione di Franco “un nuovo umanesimo, poichè non c’è innovazione senza comunità, non c’è crescita senza consapevolezza dell’appartenenza”. E’ quindi la professoressa Milena Montanile a sottolineare la capacità di Franco di proporre un’alternativa “ai mali di una società impoverita nel suo individualismo, in un Occidente ridotto ad un ammasso di bulimie consumistiche e autoisolamento, che genera sofferenza”, nel segno di una battaglia portata avanti da anni contro lo spopolamento “contro chi racconta le aree interne come luogo di assenza”. Si sofferma sulla sua idea di poesia intesa come esperienza umanitaria “possibile via di salvezza a partire dallo spirito delle comunità provvisorie che prendono vita attraverso l’esperienza della Casa della paesologia o di rassegne come La luna e i Calanchi”. Non nasconde l’amarezza per la scarsa attenzione attribuita in Irpinia ad Arminio “che continua a rappresentare uno straordinario caso letterario e conserva questa capacità meravigliosa di stabilire un contatto diretto col pubblico”,

 

 

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Floriana Guerriero

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