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If the scarecrows had voice, la poesia di Peppino Iuliano sbarca negli States

E’ nel legame viscerale con gli elementi della terra, che si fanno armi della sua militanza una delle chiavi per comprendere “If the scarecrows had voice” di Peppino Iuliano, raccolta che riunisce alcuni dei componimenti più belli del poeta, pubblicata da Gradiva negli Usa con testo a fronte in inglese, grazie alla bella traduzione del professore Michele Delli Gatti. Un’edizione che dimostra la forza del linguaggio di Iuliano, capace di conservare intatta la forte carica simbolica ma anche la musicalità vibrante che attraversa la sua poesia anche in una lingua diversa dall’italiano. Così in “Come il vento”, il poeta sembra identificarsi con l’elemento naturale “Al vento, che spezza spazza trascina/insemina le zolle e cielo e mare rasserena/cerco asilo e  somiglianza/Io, aria soffio alito/non più trastullo/oggi di terra e d’anima mi vesto – In the wind which breaks, sweeps, carries away/sows the clods and calms the sky and sea/I seek refuge and similiarity/I, air breath gust-no longer a toy/today I cloth myself withearth and soul/A partisan of my time/i breath, resist and live/I am the foliage wind”.

Non smette, dunque, di essere partigiano del suo tempo “respiro resisto/e vivo. Sono vento di fronda”, in una terra che appare ancora “fredda malvagia/è esposta a scrosci e folate/messaggeri di malannata/Nessun soffio anima la creta/e la saliva incolla la gola”, in cui a vincere è la desolazione:  “E’ vuota la nostra terra/arida di palme e pozzi/ deserto di semi e frutti/durezze della storia/E’ vuoto e sordo il nostro cielo/orfano di angeli/clandestini per essi/di voli e ali/piume bagnate”. Malgrado ciò, non smette di combattere abitudini e luoghi comuni “Tra gente che corre distratta/è ancora salvezza/un granello di idea/una scheggia che sfavilla/ed infiamma la notte/un’unghia spezzata/che graffia l’indifferenza/una spina che s’inarca/e ricuce il dolore”. E se è vero come ricorda in Convivio, che “Fame e sete ci angustiano/sono castigo e febbre al nostro esodo/possibile di ogni direzione/Ma c’è ancora attesa di Pasqua/sosta pellegrina/al tumulto dell’anima/che cerca da sempre risposte al mistero”. Costante il tema della desertificazione, delle partenze e ritorni in un paese dal nome antico “duro come le sue pietre” “My village has an ancient name/as hard as its stones”: “Il mio paese racconta miti e assenze/figli di colonie smarrite/facce di mondo/Ancora s’allerta di prove all’avventura/sfogo e destino la nuova Europa/Anima di terra/erba infestante/scarta rami/profughi/coccio d’esilio/Paura consiglia fughe e distacchi/lontananza incoraggia corse e ritorni”.

Di qui la supplica del poeta “a fare sciò/ a uccelli predoni a conquista di frutti”, sentinella di campi ed orti “oggi sfiancato custode, moderno Priapo/difendo smagriti raccolti/e affido a figli distratti ogni fertilità”, rinnovando la schiena a schiera di corvi e passeri, ora guerriero solitario, ora spaventapasseri che sceglie di far sentire la sua voce. Eppure, neppure la poesia non può sollevare la sorte dei poveri “Poesia conforta, scacciapensieri/finge, fugge, tinge, scolora/le nostre apparenze mutevoli/profezia inutile di una canzone” e il destino è inesorabile per i figli di questa terra, nel segno di una visione deterministica che non lascia speranza “Qui i figli dividono la sorte dei padri/scappano ladri di fortuna/o restano disertori a maledire/appassiti nella morta somiglianza” poichè “Coraggio è andare o restare/Nessuna fedeltà più obbliga a voltarsi indietro e guardare. Dopo la festa- recita un adagio-/si contano gli sciocchi e gli ostinati/custodi di pietre e di ricordi/ultima falange di restanza”. Poichè la malattia sembra essere la condanna per calpesta il suolo, malattia dell’anima e del corpo, in un costante dialogo tra universo interiore ed esteriore “Siamo in tanti ad avere/il cuore malato, arti dolenti/geografia di piaghe e ferite/macchie inferte che allertano l’anima a nuovi chiodi e peccati di croce”. Basta guardare il paesaggio per cogliere i segnali del male che non risparmia nessuno “Tetti, frantumi di coppi, sbiancano ai picchi di sole e al cuneo di ombre che stende la sua ragnatela/macchie di muschio riarso sono mosaico di abbandono – Roofs, shards of tiles,/whiten in the peaks of sunlight/and in the wedge of shadows that spreads its web/Patches of parched moss/ are a mosaic of abandonment”.

O ancora “La mia terra ha ulcere sanguinanti/nervi laceri di rinunce e bisogni/voci di solitudini/urli di silenzi/ossimeri di disperazione/febbre che sfida la malasorte/e conosce i vuoti, manifesti di anime/Qui coltivo, stanco di sonni e morte/solchi di germi umidi, steli e radici”. Eppure la salvezza, sembra dirci Iuliano, è nell’apertura all’altro, nel coraggio di difendere la propria terra “Indiani delle tribù d’Irpinia ribelli”, lo era ieri “Le piazze erano la nostra agorà/le case, quinte di stadio e teatro/nella recita piena dei giorni/intreccio di suoni e rumori/coro di anime/voci di resistenza”, lo è anche oggi “Il mio paese ha braccia allargate/porte aperte alle storie del mondo/occhi di velo agli strappi della vita”. Poichè l’Irpinia non ha mai conosciuto confini “Siamo terragni d’Irpinia della  striscia d’Oriente/e di ogni altro confine noi popolo di formiche/gente senza discrimine”. Un appello che parla di pace ma è anche un grido contro ogni forma di violenza imposta dallo Stato, come già nella battaglia contro la discarica sul Formicoso “Reduci ai pugni della storia/ volontari nella nostra riserva/senza sce nè penne nè scalpi chiediamo aria pace/e non gemiti di Washita a cocciute lingue birforcute”

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Floriana Guerriero

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