Prosegue il dibattito inaugurato dalla riflessione della scrittrice Emilia Cirillo sull’estate in Irpinia. Pubblichiamo di seguito l’intervento del docente e scrittore Michele Vespasiano
di Michele Vespasiano
La scrittrice Emilia Bersabea Cirillo, un’amica che stimo molto e che apprezzo per la profondità dei suoi pensieri, ha postato una sua riflessione in versi per lagnarsi che l’estate in città e nei paesi non può essere punteggiata solo di sagre e concertini. Poiché il tema mi appassiona, vorrei contribuire ad alimentare il dibattito con una mia nota.
C’è un’antica locuzione latina che conserva un’inquietante attualità: “panem et circenses”. Giovenale la usò per denunciare la rinuncia della plebe romana alla partecipazione politica, alla libertà, alla responsabilità civile, in cambio di pane e spettacoli. Era una critica severa e sprezzante, ma poneva una domanda che attraversa i secoli: che cosa accade a una comunità quando smette di interrogarsi sul proprio destino e sceglie (o si accontenta) di essere distratta?
La domanda torna, inevitabilmente, davanti alle estati dei nostri paesi e delle nostre città. Cartelloni zeppi di sagre, tribute band, serate gastronomiche, concertini, luminarie, dj set, balli di gruppo, animazione e chi più ne ha più ne metta. Una sequenza di “eventi”,parola solenne e oltremodo inflazionata, che nella mente di chi li concepisce o di chi è sollecitato a promuoverli dovrebbe restituire vitalità ai centri abitati, attrarre visitatori, favorire la socialità, sostenere le attività economiche.
Lo dico subito: non ci vedo nulla di male in una piazza piena, in una serata di musica, nel piacere di mangiare insieme, bere una birra, incontrare persone che durante l’anno si vedono poco o per nulla, soprattutto se queste vivono fuori. Inoltre non ho alcuna nostalgia dell’austerità (ne abbiamo vissuta tanta), né nutro ostilità verso le festepopolari, che in anni troppo lontani per farne memoria ho promosso anch’io. Una comunità ha bisogno anche di leggerezza e di occasioni in cui ritrovarsi. Tanto più in un’estate, come le ultime, attraversate da angosce collettive, guerre sempre più vicine, bambini uccisi, migranti che continuano a morire nel Mediterraneo, famiglie schiacciate dall’aumento dei costi essenziali, dal lavoro incerto e spesso povero. E potrei continuare.
Proprio perché il tempo presente è così difficile, però, non possiamo rassegnarci all’idea che l’unica risposta delle istituzioni locali (in prima persona o per il tramite dei loro bracci esecutivi) sia aggiungere un’altra data al calendario, moltiplicare palchi e stand gastronomici. Il problema non è la sagra in sé; il problema nasce quando si ritiene che la sagra debba diventare un modello di governo, quando la programmazione estiva esaurisce l’idea stessa di politica culturale e territoriale.
Checché ne possano pensare i vari sindaci enjoy, sparsi sul territorio provinciale, la festa non è una tessera della politica. Un’amministrazione civica, che governi un piccolo comune dell’entroterra o il capoluogo di provincia, non può promuovere l’intrattenimento e chiamarlo sviluppo. Non può usare il successo momentaneo di una piazza gremita come prova di una rinascita che, troppo spesso, non c’è. Una serata riuscita non sostituisce un progetto per i giovani che se ne vanno, per gli anziani sempre più soli, per i servizi che arretrano, per le scuole in difficoltà, per i trasporti insufficienti, per le attività economiche che respirano soltanto nei giorni di festa, mentre sono in dispnea per i restanti undici mesi l’anno.
Dire che una manifestazione “muove l’economia”, quant’anche costasse centinaia di migliaia di euro, può essere vero, ma non basta. Se l’economia che si muove si riduce alla vendita di birra, panini e porchetta, mentre il giorno dopo restano gli stessi problemi di sempre, bisogna avere il coraggio di distinguere tra un beneficio contingente e una reale strategia di sviluppo. Forse porterà consenso elettorale, ma non tutto ciò che produce incasso immediato produce futuro. E soprattutto, non tutto ciò che costa denaro pubblico produce bene comune. Quando si spendono somme importanti per cachet, impianti, service, fuochi di artificio, comunicazione e allestimenti, dovrebbe venire naturale chiedersi quali criteri abbiano guidato quelle scelte, quali risultati siano attesi, quali ricadute rimangano sul territorio. E questo, non per ostilità preventiva, ma per rispetto verso il denaro di tutti e verso i cittadini, ai quali dovrebbe essere spiegato che serve a poco rincorrere la piazza con il cantante più famoso e che un concertino vale tanto quanto un concertone.
La trasparenza non è un ostacolo alla festa, bensì è la sua condizione civile. Pubblicare i costi, spiegare le finalità, rendere conto delle presenze effettive, dichiarare le ricadute e confrontare, poi, le spese destinate all’intrattenimento con quelle investite in biblioteche, spazi culturali, manutenzione urbana, trasporti, welfare e sostegno alle fragilità sarebbe già un primo gesto di serietà amministrativa.
Bisogna dare spazio alla cultura, soloneggiano in tanti. Ma anche su questo, a mio avviso, c’è un equivoco da sciogliere. La cultura non è ciò che si aggiunge, magari con una conferenza pomeridiana poco pubblicizzata, per nobilitare il cartellone di una festa. Non è un ornamento da affiancare ai concerti, né un intervallo tra uno spettacolo e l’altro. Dare spazio alla cultura è creare occasioni di conoscenza, di discussione e consapevolezza; è aiutare una comunità a leggere la propria storia e le proprie possibilità.
Ma per fare questo, nei nostri paesi, soprattutto nelle aree interne, servirebbero innanzitutto luoghi in cui parlare seriamente di spopolamento, lavoro, sanità territoriale, ambiente, agricoltura, mobilità, istruzione, violenza di genere, migrazioni, legalità. Servirebbero festival letterari costruiti con continuità (come succede a Sant’Andrea di Conza, ad esempio) e non come comparsate; più laboratori per bambini e adolescenti; allestire rassegne teatrali; organizzare incontri con ricercatori (davvero eccellente quello promosso nei giorni scorsi a Nusco con il prof. Alfonso Fasano, titolare della cattedra di Neuromodulazione presso l’Università di Toronto e l’University Health Network), con giornalisti che siano abilia sollecitare la riflessione almeno quanto sono bravi a promozionare il loro ultimo libro, con artisti di ogni branca (meritorio è quanto fa la mia amica Emanuela Conforti), associazioni e cittadini. A tutte queste attività, mi chiedo, si potrebbe destinare, che so, il 20% del budget fissato per gli “eventi” dell’estate 2027? Sarebbe già un segnale di responsabilità amministrativa.
Come ho cercato di dire, non si tratta di contrapporre un’élite colta a un popolo che ha diritto di divertirsi. È una contraposizione falsa e, in fondo, comoda. Anche la festa può essere cultura. Mi piace portare ad esempio l’impegno artistico di Filomena D’Andrea Makardia, la bravissima cantautrice di Lioni che racconta la tradizione, valorizza la storia, coinvolge le persone nella costruzione di un’identità condivisa, dà spazio alle energie autentiche del territorio.
Una comunità cresce quando vive la pluralità: dal concerto al dibattito, dalla piazza alla biblioteca, dalla convivialità alla formazione, dal piacere di stare insieme all’impegno di capire dove si sta andando. Una cosa non esclude l’altra, ma semma, la rende più necessaria.
E vengo alla politica. L’errore più grande non è spendere denaro per una festa, bensì abituare i cittadini (e prima ancora gli amministratori) a pensare che il “buon governo” consista nella promozione dell’effimero (ha fatto bene Emilia Cirillo ad evocare Renato Nicolini, il mitico assessore capitolino). Si annuncia l’evento, si riempie la piazza, si pubblicano fotografie sui social, si celebra il successo e, per qualche giorno, sembra che tutto funzioni. Intanto, però, i nodi restano: i giovani ripartono, le attività chiudono, i servizi diminuiscono, il territorio si svuota, la discussione pubblica si impoverisce.
Ed è qui che il richiamo a Giovenale smette di essere una citazione scolastica e diventa un monito. Il “panem et circenses” non è soltanto una pratica del potere, ma diventa anche una tentazione collettiva: quella di non chiedere conto, di non pretendere progetti, di rinunciare alla complessità in cambio di una serata piacevole. Ma la cittadinanza può mai ridursi al solo ruolo di pubblico?
Dovremmo chiedere alle amministrazioni non di cancellare le feste, ma di affiancarle a una visione; non di rinunciare all’allegria, ma di non farne un alibi; non di inventare continuamente “eventi”, ma di costruire percorsi.
Un paese non si salva con un palco montato ad agosto, ma se torna a essere un luogo nel quale vale la pena vivere tutto l’anno. La vera socialità non è quando ci si ritrova davanti allo stand della maccaronara, ma è quando ci si sente parte di una comunità che discute, decide, che si prende cura di sé e del proprio futuro. E questa, più che un evento, è una responsabilità, se non si vuole finire stritolati dalla formula borbonica di festa, farina e forca!



