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Il rito dei Mondiali nei ricordi d’infanzia, quelle sere davanti alla TV tra tifo e scaramanzie

Era la cucina lo spazio in cui si guardava la partita della Nazionale, ciascuno al proprio posto, con mio padre a capotavola. Fin dal fischio dell’arbitro, vedevo papà sorseggiare acqua dal suo bicchiere, non certo per il caldo, allora più sopportabile, ma per l’ansia che lo divorava sin dai primi minuti del match. Era una vera maratona di calcio quella che ci toccava. La televisione era sintonizzata ventiquattro ore su ventiquattro sulla competizione, non c’era spazio per trasmissioni in cui non si parlasse di calcio, come se fosse una sorta di Vangelo che non poteva essere messo in discussione. Io e mio fratello ci divertivamo a rispettare quella singolare fede, ci veniva naturale seguire tutte le squadre, le polemiche, le storie, i piccoli scandali, non c’era quasi calciatore che non conoscessimo, ci piaceva commentare, oltre che dribbling e tiri, i colori delle maglie, i look degli atleti, i personaggi singolari e stravaganti che caratterizzavano ogni mondiale, ai tempi in cui calciatori come Higuita e Valderrama erano una novità assoluta. Per me i Mondiali erano una porta aperta su culture, paesi e realtà che non conoscevo, dal Camerun al Messico, uno spazio di confronto con mondi lontani e a lungo ho fatto fatica a capire se amassi il calcio, fossi solo incuriosita da quella kermesse spettacolare fatta di sport e un po’ di lustrini o lo facessi per non scontentare mio padre.
Mamma era appassionata di sport ma si concedeva qualche pausa, davanti al piccolo schermo, approfittando per innaffiare le piante o cucinare. Il suo ruolo era un altro, fin dai mondiali dell’82, a lei era affidato il compito di guidare la nazionale verso la vittoria, attraverso un esercizio di telepatia, tra la trovata magica e giocosa, che mio padre chiamava ‘influsso’. Quando la partita si metteva male, mio padre la chiamava e le chiedeva di intervenire, “fai l’influsso” le diceva, come se fosse una maga o una stregona e mia madre operava in silenzio, concentrandosi e a volte simulando uno strano movimento con le mani. Erano quelle le scene più divertenti, soprattutto quando ero bambina, poiché mio padre riponeva ogni speranza nelle arti di mia madre, per poter salvare una partita ormai perduta, tanto che finivamo tutti per convincerci che mia madre riuscisse davvero a condizionare le partite. In fondo, ho sempre pensato che custodisse dentro di sé mondi nascosti e che avesse ricevuto in dono qualche superpotere. Per mio padre, invece, era tutto un rituale e credo lo confortasse ripetere a mamma le solite parole, come una sorta di incantesimo o superstizione consolatoria e benaugurante.

A me piaceva la sensazione di sentirmi parte di qualcosa di grande, pensare che nella nostra città e in tutta Italia, in quell’esatto momento tutti erano seduti come noi, intorno a un tavolo o a un divano, a vedere quella partita, come se quella vittoria avesse potuto cambiare il destino mio o di altre famiglie. Avrei scoperto, poi, con poche eccezioni che non sarebbe stato mai così, la vittoria ai mondiali non avrebbe cambiato la mia vita o quella di altre famiglie ma sarebbe servita almeno a regalare speranza, a insegnare a credere nelle fiabe e nei sogni, nelle storie a lieto fine. Ora che lo so, continuo a cercare un po’ di poesia nello sport, perché non sia solo un elenco di vincitori e vinti, perché contino la corsa, lo sforzo, il percorso più che il risultato. Quel che era certo era che quel rito univa davvero tutti e lo si percepiva con forza in occasione dei goal, quando un boato attraversava le strade e pareva di sentire le grida dei vicini e persino gli abbracci e i sorrisi sembravano fare rumore. Mi piaceva la città che si trasformava dopo la vittoria, come a condividere  un dono che era di tutti, senza distinzioni o privilegi, con tanto di sfilata e bandiere. In giorni che apparivano tutti uguali, il giorno della partita era sempre di festa, momento che rompeva la monotonia, che avvicinava al mondo che c’era fuori dalle quattro mura, segnalato dalla bandiera che doveva campeggiare rigorosamente sul balcone.

Ed era sempre mio padre a catalizzare la mia attenzione, commentava sempre ad alta voce, come se stesse allo stadio, chiedendo a gran voce di sostituire questo o quell’altro giocatore e di mettere in campo chi stava in panchina ed esultando ai goal, fin quasi a restare senza voce. Puntualmente non era d’accordo con l’allenatore e il telecronista che capiva sempre poco del match o portava semplicemente sfiga. Inutile, dire che i suoi giudizi per me erano indiscutibili, perché lui ne capiva di calcio e io no, così mi limitavo ad urlare quando eravamo sul punto di segnare o per scongiurare un possibile goal avversario. Con mia madre che ci rimproverava perché non dessimo fastidio ai vicini mentre a me sembrava che quella regola non valesse quando giocava l’Italia. Lo spettacolo era insomma dentro e fuori il piccolo schermo, poiché quando non parlava, mio padre continuava a sorseggiare il suo bicchiere d’acqua e a volte si alzava, quasi a prendere aria, se si profilava una sconfitta. Io lo vedevo fare quasi fatica respirare, come se l’ansia lo stesse schiacciando e allora mamma interveniva e gli diceva di calmarsi e gli preparava una camomilla. E tra un influsso e l’altro, era lei a continuare a svolgere il suo ruolo, quello più bello, si sceglieva sempre un calciatore dei mondiali che per lei era bravissimo, anche di un’altra squadra, per cui faceva il tifo fino alla fine, non so bene come lo scegliesse, lei diceva che le bastava guardare qualche giocata, fatto sta che era diventata una delle prime estimatrici di Zico quando ancora non era così popolare.

Anche io sceglievo i miei calciatori del cuore ma era una selezione che avveniva sulla base dell’aspetto fisico, della simpatia che suscitavano, di quello che dicevano, della loro storia, più ancora che sulla base dei dribbling e puntualmente mi innamoravo delle squadre di quei calciatori. Mio fratello seguiva in silenzio ma era quello più attento, ai nomi dei calciatori, alle formazioni, alle sostituzioni, ai possibili rigoristi, quello che realmente riusciva a leggere la partita. Bastava chiedere una cosa, avere un dubbio e lui sapeva sempre la risposta, anche se chiedevi notizie che appartenevano alle competizioni del passato. Crescendo sono arrivate le partite da vedere sul divano con gli amici con tanto di pop corn e patatine ma non hanno mai retto il confronto con quelle della mia infanzia. Oggi che l’Italia non partecipa ai Mondiali e distrattamente vedo qualche spezzone di partita, chiedendo sempre a mio fratello quali squadre sono state eliminate e quale sia la squadra da battere, ripenso ancora a quelle scene di noi davanti al televisore, quando bastava poco, una partita per sentirsi più famiglia e sembrava che davvero tutto, anche una gara di calcio, potesse restituire senso al proprio universo.

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Floriana Guerriero

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