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Maurizio De Giovanni: l’Italia fa ancora fatica a fare i conti con la memoria. Irpinia, terra bellissima. Cultura necessaria per rilanciare le aree interne

 “In questo paese abbiamo un problema con la memoria, abbiamo dimenticato pagine dolorose della nostra storia mentre ricordare anche ciò che è stato doloroso può essere utile, perchè insegna a non sbagliare, a non commettere gli stessi errori”. A sottolinearlo lo scrittore Maurizio De Giovanni, nel corso del confronto alla libreria Mondadori di via Fariello, nel presentare “Il tempo dell’orologiaio”, Feltrinelli, secondo capitolo della storia di Carlo Malavasi, ex primula rossa della lotta armata, latitante e custode di segreti compromettenti, che si trova a fronteggiare una nuova minaccia: la scomparsa della giornalista Vera Coen: “Viviamo un tempo – spiega l’autore – in cui stanno riemergendo slogan che ci hanno condotto alla rovina, ecco perché siamo chiamati a fare i conti con il passato. Possiamo farlo cercando di capire le cause di quello che è accaduto, anche a costo di cercare nei cassetti e negli armadi di chi siamo abituati ad immaginare perfetto. Ho immaginato di scrivere un libro che fosse anche una riflessione sul tempo, dal tempo soggettivo, segnato da momenti che hanno fatto da spartiacque alla nostra vita a quello collettivo, a partire da momenti come la strage di Bologna, in cui cambia la coscienza del paese, che capisce di essere coinvolto in prima persona in quella guerra. Ho immaginato nel libro quali conseguenze potessero avere sulla storia di oggi eventi accaduti allora, nel 1984. Il mondo è cambiato profondamente, con il Covid, le guerre che imperversano in Europa e nel Medio Oriente e mi sembra che un ventenne di oggi sia più vicino a suo nonno che voleva cambiare il mondo che al padre”.

Chiarisce, intervistato dal giornalista Luigi Ferraiuolo, come “Ho provato a chiedermi cosa sarebbe successo se non fosse caduto il muro di Berlino, quali sarebbero stati gli interlocutori internazionali, come sarebbero cambiate le nostre vite, quella che era antitesi è diventata sintesi ma siamo sicuri sia stato del tutto positivo?. E poi, come ha dimostrato il ministro Valditara con la sua gaffe sull’uccisione di Mattarella, c’è ancora troppa confusione tra le stragi di mafia e le stragi della lotta armata. La mafia era un fenomeno finalizzato alla realizzazione di interessi criminali, facilmente individuabile, la lotta armata era fatta da borghesi, operai, studenti, uomini e donne apparentemente come tanti, perfettamente integrate nel contesto sociale, di cui ignoravamo quasi sempre la scelta di aderire alla strada della lotta violenta. Ho provato a chiedermi quale sia stato il destino di queste persone poichè, fatta eccezione per chi oggi è ospite nelle trasmissioni televisive, di molti abbiamo perso le tracce. Questo paese ha alzato il tappeto e ha spazzato ciò che era successo negli anni 70 e ’80, io come narratore ho provato a dare delle risposte, interrogandomi su cosa avessero fatto questi uomini e queste donne, cosa pensino del mondo come è oggi, se si sono rassegnati, se sono convinti di non aver finito il lavoro e di volerlo finire”. E ribadisce come “Sono convinto che, di fronte agli scenari internazionali che caratterizzano il presente, la spy story possa tornare a livelli alti. Ho sempre creduto che la letteratura debba consegnare emozioni ai lettori e debba farlo molto più del cinema, perchè chi legge si immedesima nei personaggi, prova i loro stessi sentimenti e stati d’animo. E’ evidente che oggi tutti vivono la paura di quello che potrebbe accadere nel mondo, di fronte allo spettacolo che consegnano alcuni leader internazionali e nuove contrapposizioni tra potenze. E’ una paura che non si può ignorare, né sarebbe giusto fare a meno della paura”. Ironizza sul suo non essere uno scrittore di nicchia “Ho una paura fottuta del premio Strega, perchè è uno di quei premi in cui l’odio è palpabile, se mancasse la luce per qualche istante tutti ucciderebbero tutti. Io sono contento di fare parte di una nicchia in cui siamo tutti amici, con Gianrico Carofiglio, Antonio Manzini, Donato Carrisi, ci stimiamo, ci confrontiamo costantemente e ci vogliamo bene mentre alcuni scrittori ragionano come se i lettori potessero comprare un solo libro e dovessero sempre scegliere tra il proprio e quello di altri autori”. Confessa come “Mi piace l’idea che i lettori portino i miei libri nei luoghi in cui stanno bene, non mi spaventano etichette come scrittore da ombrellone e roba del genere”

E chiarisce come “Questo è anche un libro sulla felicità, che è il motivo per cui ci alziamo ogni giorno, con la speranza di inseguire e raggiungere qualcosa. Basta guardare le vecchie foto di un rullino, di quando eravamo bambini, quelle in cui venivamo sempre con gli occhi chiusi e senza testa, immagini magari trovate per caso in uno scatolone, per capire che la felicità non è quella che insegui ma sempre quella che è già passata, anche se nessuno te lo ha fatto notare, né noi ce ne siamo accorti quando ci è capitata davanti. Ma tu scrittore lo devi sapere che i personaggi sono stati felici in un certo momento della loro vita anche se nessuno lo ha detto loro”. E sul legame tra i suoi romanzi e le serie televisive tratte dai suoi libri, da Ricciardi a Mina Settembre “Immaginate di avere una figlia che è diventata una spogliarellista, posso essere contento per lei ma non devo necessariamente vederla. E’ questo il rapporto di odio e amore che ho nei confronti dei miei libri. Quando leggi un libro lo scegli, guardi la copertina, dai un’occhiata alla trama, lo sfogli, mentre la serie televisiva ti entra in casa anche se non l’hai scelta. Troppo spesso chi le realizza pensa che il pubblico sia sempre di un certo tipo, io preferisco scrivere romanzi ed essere indipendente, la lettura chiede di essere creativi, di immaginare i personaggi, i volti, gli sguardi, non sapete quante persone mi avvicinano per dirmi che Lo Iacono non se lo immaginavano così, anzi che non era così. Scrivo le storie per i miei lettori, mi diverte che ci sia anche un pubblico televisivo ma finisce lì”.

E sull’importanza di trasmettere ai ragazzi la passione per la lettura “Io dico sempre che dovremmo proibire la lettura ai giovani, se il padre punisse il figlio per aver letto un libro, credo che i ragazzi si riunirebbero a leggere tutti libri di nascosto. Perchè dovrebbero leggere se non diciamo loro a cosa servono? Mentre dobbiamo spiegare loro che leggere serve a comprendere la realtà, lettura è una modalità di interpretazione della realtà, se non glielo spieghiamo, non leggeranno e se non leggeranno non immagineranno nulla e se non immagineranno nulla non proveranno a cambiare il mondo”. Non risparmia qualche critica al modo in cui la scuola propone lo studio della letteratura “I classici sono vita ma contesto il fermarsi ai classici, si perde il senso della letteratura di oggi e di ieri. Non è con Gozzano che trasmetteremo ai ragazzi la passione per la lettura ma spiegando loro a cosa serve e poi permettendo loro di scegliere gli strumenti. Se non leggiamo un romanzo, avendo chiaro lo spirito della storia, ci perdiamo. Anche io vorrei fermarmi a raccontare altre storie, nel mezzo di un romanzo, ma mi fermo poichè so che altrimenti il lettore perderebbe il senso di ciò che sta leggendo”. Sottolinea come l’autore debba nascondersi nella storia “Tu sei un testimone che vede quello che succede dalla finestra, l’autore non deve far sentire la sua presenza, i personaggi devono restare nella mente dell’autore”. Spiega che “Avevo in mente di scrivere la storia esattamente come l’ho scritta, non è previsto un terzo libro dedicato all’Orologiaio di Brest ma se mi dovesse venire in mente perchè no”.

Non nasconde il legame forte con l’Irpinia “La amo moltissimo, sono convinta che la sua bellezza non sia seconda a quella di nessun luogo d’Italia, ha delle specificità di natura paesaggistica e agroalimentare che meriterebbero di essere valorizzate maggiormente nell’ambito dei circuiti turistici, la speranza è che il turismo che sta affollando Napoli possa scoprire anche l’Irpinia”. Non ha dubbi sul ruolo della cultura “E’ l’unico modo che abbiamo per rilanciare le aree interne, questi territori sono pieni di cultura, festival, rassegne, tradizioni, se le aree interne non vengono presentate in questo modo non ci sarà futuro per loro”.

 

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