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Trentasette anni dopo quel 23 novembre del 1980. E’ l’ora dei ricordi, delle parole, delle passerelle. Come ieri, anche oggi. Che cosa ci ha consegnato quella immane tragedia, oltre la paura, le lacrime e la rabbia? Un pizzico di civiltà in più, considerato che cadenti case coloniche si sono trasformate in ville e villoni, anche se collocate in un deserto causato dall’inarrestabile emigrazione. Ci sono le case, non le persone. Le distanze si sono accorciate, grazie all’Ofantina che ha ricucito lo strappo tra il capoluogo e oltre con i Comuni dell’interno. Ma anche qui il rovescio della medaglia è drammatico, considerando che quella strada a scorrimento veloce, in alcuni tratti, si è trasformata in un cimitero di innocenti. E lo sviluppo? La Ema di Morra de Sanctis, la Ferrero di Sant’Angelo dei Lombardi sono fiori spuntati nel grande deserto delle occasioni mancate. Si disse che le aree industriali, sorte per effetto della legge post terremoto, avrebbero occupato tremila persone. Oggi gli occupati si contano sulle dita di una mano. Il fallimento è stato complessivo e lo sviluppo si è fermato al palo. E’ vero gli studi di professionisti, soprattutto geometri, hanno avuto molto da fare in questi anni intercettando pratiche di ricostruzione che hanno consentito di beneficiare di fondi straordinari. L’illusione, però, anche in questo caso è durata poche stagioni. Poi si è trasformata in miseria e fallimenti. Si salva qualche faccendiere che ha speculato su quella tragedia con tremila morti. Oggi, trentasette anni dopo quel terribile evento, nelle casse dei Comuni ci sono ancora quaranta milioni , fermi per l’incapacità di una parte della mediocre classe dirigente che non ha saputo progettare e investire. Trentasette anni non sono un soffio. Eppure il patrimonio edilizio della città è sicuro solo per il cinquanta per cento. L’altra metà è cemento dai piedi di argilla. Il pericolo, facendo i debiti scongiuri, è dietro l’angolo. Eppure l’Irpinia è stata inondata da fondi post terremoto.

Gran parte di questi fondi, come detto, sono finiti negli studi professionali di geometri e costruttori, spesso legati a doppio filo alla politica dominante in quel tempo; un’altra parte nella ricostruzione vera e propria di abitazioni, a volte facendo abuso rispetto alle reali esigenze. Infine in opere che non hanno prodotto alcun risultato e, talvolta, con opere anche di dubbio valore. Che cosa oggi ci consegnano questi anni? Gli scioperi degli studenti del Liceo Mancini di Avellino, della Solimena e di altri edifici scolastici della provincia che, stando alle perizie sono di dubbia stabilità. Forse, e senza forse, sarebbe stato più giusto attivare una parte dei fondi per l’edilizia scolastica che oggi è nell’occhio del ciclone. Forse, e senza forse, una parte dei fondi più che finire nei rivoli di un esasperato clientelismo, poteva essere utilizzata, in particolare nel capoluogo, per usi più dignitosi rispetto ad un Mercatone che non ancora ha ruolo se non quello di accogliere barboni e giovani deviati. O nella costruzione di un tunnel che continua ad essere idrovora di fondi pubblici senza che esso risponda al criterio per cui fu progettato, con i parcheggi sotterranei per alleggerire il traffico. E le scuole? Tutto rinviato. Da qui le proteste attuali, le angosce delle famiglie, gli studenti che scendono in piazza. A questo proposito va detto, senza indugi e contro ogni malevole interpretazione, che l’operato della Procura della Repubblica di Avellino, che secondo alcuni sarebbe poco indulgente, si colloca invece in quello spazio di garanzia che è di salvaguardia del bene comune.

Mi chiedo oggi: se in questa città dalle mille emergenze si fosse affrontata solo una di esse, a partire dall’edilizia scolastica, allora si che la protesta non avrebbe avuto senso. Ma tant’é: dal deserto del centro storico, isolato e dai cento si fitta, alla dogana stretta nei tubi innocenti, a quell’indecente in piazza libertà che si ha anche vergogna di inaugurare, al tramonto del teatro Gesualdo, avvolto tristemente in un buio fitto senza ragione, tutto qui si è trasformato in una Grande Emergenza grazie alle facce di bronzo anche di un ‘amministrazione senza decisione, nè governo.

di Gianni Festa edito dal Quotidiano del Sud

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