di Raffaele Sabatino
Esiste una ferita silenziosa nel cuore della modernità, una crepa invisibile che si allarga ogni volta che un palmo della mano sfiora un vetro freddo e illuminato alla ricerca di un segno di vita. Abbiamo barattato il calore ruvido, caotico e imperfetto della presenza con l’illusione rassicurante di un controllo assoluto sulle nostre relazioni.
L’uomo contemporaneo non è mai stato così raggiungibile e, al tempo stesso, così disperatamente solo. Ci muoviamo attraverso le nostre giornate galleggiando in un mare di segnali elettrici, spinti dal bisogno ancestrale di sentirci visti, compresi, riconosciuti. Ma ciò che raccogliamo sono solo echi deformati di noi stessi, riflessi da uno schermo che promette vicinanza e restituisce soltanto una distanza insormontabile.
Come riportato da A. Biscaldi e V. Matera nel testo Antropologia dei social media (2019), la tecnologia e in particolare lo smartphone «ci ha abituato ad immaginarci in relazione costante con i nostri amici», ma al contempo ci sottopone a condizioni «che modellano le nostre azioni comunicative», trasformando la nostra esperienza fino a farci vivere in una perenne modalità always on.
Eppure, l’antropologia ci insegna che l’essere umano si è costruito attorno al fuoco, guardandosi negli occhi, ascoltando il tremore di una voce, imparando a decifrare il dolore o la gioia nell’esitazione di un gesto. Era nella vulnerabilità del corpo esposto all’altro che nasceva il miracolo della comunità, quel senso profondo di appartenenza che diceva a ciascuno di noi che non eravamo soli di fronte al buio. Oggi quel fuoco si è spento, sostituito dalla luce bluastra di display che illuminano i nostri volti nel buio delle nostre stanze. Abbiamo smaterializzato la presenza per paura dell’imprevedibilità dell’altro, per il terrore di non essere abbastanza, di venire rifiutati o feriti. Ci siamo rifugiati dietro profili curati nei minimi dettagli, avatar levigati e perfetti che mostrano al mondo solo ciò che speriamo venga amato, nascondendo con cura le nostre fragilità, le nostre paure, le nostre ombre.
In questo continuum, i nostri gesti digitali quotidiani — un like, una condivisione, una reazione — cessano di essere meri click automatici e si convertono in “cyber-doni“. Nel saggio accademico di Rossella Cirrone dell’Università degli Studi di Siena ‘Etnografia del dono La socialità ai tempi di Facebook’ (2020) riprendendo la teoria del classico Moussiano del Kula trobriandese (donare, ricevere, ricambiare), l’autrice mostra come lo scambio di feedback sui social funzioni come una circolazione di doni mirata a «creare relazioni online» e stringere alleanze. Il like si configura così come un «bene relazionale che racchiude in sé il valore stesso dello scambio: la relazione», in cui l’obbligo di ricambiare il gesto (emblematizzato dall’hashtag #LikeForLike) sostituisce l’imprevedibilità del corpo con un codice di reciprocità controllato.
È proprio all’interno di questa apparente contrapposizione che l’indagine etnografica ci invita a un cambio di prospettiva: come osserva Rossella Cirrone, occorre adottare un approccio che «ripudia l’opposizione tra vita reale e vita virtuale e accoglie, piuttosto, la dicotomia tra vita offline e vita online». Lo schermo non è un mero velo d’illusione, ma un vero e proprio campo d’indagine in cui online e offline «compongono il continuum identitario di un attore sociale».
Da questa costante esposizione nasce il logorio strisciante della sensazione di aver sbagliato. Ogni gesto si veste di un’ansia paralizzante, persino la più semplice delle comunicazioni quotidiane. Una telefonata improvvisa diventa una montagna insormontabile: il dito esita sul tasto verde mentre la testa si riempie del timore di disturbare, di essere un’intrusione ingombrante nella vita altrui, un peso improprio gettato nella routine dell’altro. Si preferisce allora la via apparentemente più sicura dell’asincronia, il rifugio dei messaggi di testo. Ma anche lì la calma è un finto approdo. Sulla tastiera di WhatsApp ogni parola viene soppesata, cancellata, riscritta decine di volte nel terrore di sbagliare a parlare, di calibrare male il tono o di scegliere un vocabolo fuori posto. E proprio in quell’assenza di voce, di respiro e di sguardi, le parole scritte diventano terreno fertile per il fraintendimento. Un punto fermo viene interpretato come freddezza, una risposta breve come un rifiuto, un ritardo nel visualizzare come una condanna inespressa. Viviamo nell’angoscia perenne di aver detto troppo o troppo poco, intrappolati nell’iper-analisi di frammenti di testo che non riescono a contenere la complessità di ciò che sentiamo.
Come evidenziato da Biscaldi e Matera, la natura stessa di questi strumenti «accresce la componente di ambiguità e di indeterminatezza, la possibilità del malinteso». Eliminando la comunicazione non verbale, «la comunicazione con i social strutturalmente si basa sul malinteso ed è portata avanti proprio perché il malinteso diventa pretesto per alimentare relazioni che altrimenti non avrebbero modo di essere».
In questo palcoscenico perenne, si insinua una forma sottile e dolorosa di nostalgia: la nostalgia del presente. Non piangiamo più per un passato lontano, ma per il momento stesso che stiamo vivendo e che non riusciamo più ad abitare davvero. Nel preciso istante in cui assistiamo a un tramonto, a un abbraccio o a un sorriso, avvertiamo l’urgenza nevrotica di documentarlo, di estrarlo dal flusso del tempo per consegnarlo all’archivio digitale. Guardiamo la vita attraverso la lente di una fotocamera prima ancora di averla respirata, trasformando l’esperienza viva in un ricordo immediato da mostrare agli altri. Questa nostalgia anticipata ci deruba dell’unico spazio in cui la relazione autentica può accadere: l’ora e qui. Viviamo i nostri momenti migliori già come spettatori del nostro stesso passato, ossessionati dall’idea di dover provare al mondo che siamo felici, mentre dentro ci svuotiamo.
Eppure, in questa ricerca sviscerata di perfezione e approvazione, abbiamo finito per soffocare la nostra stessa umanità. La solitudine digitale non è la semplice assenza di persone intorno a noi, ma è la forma più dolorosa di isolamento: quella che si consuma in mezzo a una folla di contatti sempre disponibili.
Riprendendo le analisi di Biscaldi e Matera sui processi cognitivi e relazionali, le interazioni digitali costanti rischiano di privarci dell’esercizio dal vivo: «le competenze sociali, come l’empatia sociale […] sono il frutto dell’attività di determinate zone del cervello» che si atrofizzano se non stimolate dall’interazione faccia a faccia. Di conseguenza, la mediazione digitale finisce per ridurre la qualità dell’attenzione e la capacità reciproca di ascolto.
È il peso di un messaggio inviato e rimasto in attesa, il vuoto sordo che segue l’ennesima notifica, l’amarezza di scoprire che nessuno conosce davvero il nostro silenzio. Gli algoritmi che governano le nostre vite hanno capito la nostra fame di affetto e la usano per incatenarci a un flusso infinito di immagini e parole che non saziano mai. Ci nutrono di briciole, dosando l’attenzione e il consenso per farci tornare indietro, ancora e ancora, come mendicanti in cerca di uno sguardo.
In questa dinamica, persino il gesto apparente della condivisione o dell’apprezzamento perde la sua gratuità per farsi moneta di scambio reputazionale: come rileva Rossella Cirrone nella sua indagine etnografica, il like cessa di essere un semplice segno di gradimento e si eleva a «”bene posizionale” in grado di assegnare un dato status symbol», inserendo l’utente all’interno di un vero e proprio «capitalismo comunitario» basato sullo storytelling di sé e sul bisogno nevrotico di riconoscimento reciproco.
Abbiamo dimenticato come si sta insieme senza uno scopo, come si tollera il silenzio di un momento condiviso, come si accoglie l’altro nella sua disarmante e imprevedibile diversità. Nella fretta di registrarci ovunque, non siamo più da nessuna parte. La tragedia dell’uomo iperconnesso sta tutta in questa nostalgia costante per qualcosa che sente di aver perduto senza averlo mai davvero vissuto fino in fondo: il coraggio di essere imperfetti, di tremare di fronte a un altro essere umano, di abbandonarsi all’istante presente e farsi toccare l’anima senza la mediazione di uno schermo. Finché continueremo a cercare la vita e la memoria dentro un rettangolo di plastica, continueremo a vagare come fantasmi in un mondo di spettri, con il cuore pieno di parole e di ricordi che non troveremo mai la forza di vivere davvero.



