A intervenire nel dibattito avviato da Il Corriere dell’Irpinia sulla situazione del Pd locale è anche Aldo D’Andrea, ex militante dem e oggi leader di Unità Popolare.
Lei è uscito dal Pd ormai da tempo. Rimpiange quella scelta?
No. Io entrai nel Partito Democratico perché, già da studente universitario negli anni Settanta, sognavo un’aggregazione capace di fondere le due grandi tradizioni politiche di massa dell’epoca, quella della Democrazia Cristiana e quella del Partito Comunista.
Immaginavo un partito nel quale potessero incontrarsi la solidarietà di matrice marxista e quella cristiana: quando nel 2007 nacque il Pd, ebbi la sensazione che quel progetto si fosse finalmente realizzato. Aderii immediatamente e con grande entusiasmo.
Poi, però, rimasi profondamente deluso. Con il tempo mi accorsi che quello che avrebbe dovuto essere un grande partito era diventato, a mio avviso, una sorta di alleanza di comitati elettorali.
È per questo che decisi di uscire: non ritrovavo più ciò che mi aspettavo dalla politica e da quel partito. Mi aspettavo una politica fondata sull’assistenza, sul rafforzamento del welfare, sulla redistribuzione della ricchezza e sulla tutela delle comunità.
Quando lasciò definitivamente il Pd?
La mia uscita avvenne ai tempi del commissariamento della federazione irpina da parte di David Ermini. Fu una scelta che formalizzai anche attraverso una lettera pubblicata dalla stampa.
E poi?
Aderii all’Italia dei Valori di Antonio Di Pietro, entrando anche nel comitato regionale. In quegli anni ebbi modo di conoscere e frequentare persone che ancora oggi considero carissime e che stimo profondamente, tra cui Luigi de Magistris.
Anche in quel caso arrivò la delusione. L’Italia dei Valori finì sostanzialmente per dissolversi. Con la fine dell’Italia dei Valori rimasi, di fatto, politicamente orfano.
Nel Pd irpino, da quando lei è uscito, è cambiato qualcosa?
La mia impressione è che il problema di fondo sia rimasto lo stesso: cambiano i personaggi, le leadership, ma io soprattutto in Irpinia continuo a vedere un comitato elettorale più che un vero partito.
Perché un comitato elettorale?
Perché vedo diverse personalità che sembrano puntare più alla conservazione delle proprie posizioni che alla costruzione di una politica nell’interesse generale.
Consiglieri regionali e sindaci: troppo spesso la politica sembra concentrarsi sulla possibilità di mantenere o conquistare una posizione, anziché sulla capacità di affrontare i problemi della comunità.
E i risultati sono sotto gli occhi di tutti. L’Irpinia arretra continuamente. Questo non è un giudizio politico: è un dato.
Quando tornai da Brescia ad Avellino, nel 1987, la provincia aveva una popolazione molto più consistente rispetto a quella attuale. Oggi siamo intorno ai 390 mila abitanti e continuiamo a perdere giovani. Si parla di migliaia di persone che ogni anno lasciano il territorio.
Avellino e l’Irpinia si stanno svuotando. E questo dimostra che non c’è stata una politica attiva e concreta nell’interesse della comunità. Mancano investimenti, opportunità e una visione per il futuro.
Però qualcosa recentemente è cambiato. Il Pd, con un suo candidato, ha vinto le amministrative ad Avellino.
Io ho una grandissima stima di Nello Pizza. Lo conosco da quando ero ragazzo.
Per il sindaco Pizza provo affetto e una profonda stima. È un ottimo avvocato, una persona perbene.
Quindi il problema non è necessariamente il sindaco, ma la coalizione e il partito che lo sostiene?
Può darsi che proprio attraverso la figura di Nello Pizza si possa imprimere una svolta reale alla situazione della città.
Ma il problema non riguarda soltanto Avellino. Io vedo un’Irpinia che non cresce, paesi sempre più abbandonati, scuole che si impoveriscono e un tessuto sociale che diventa progressivamente più debole.
Lei ha parlato di un deficit di classe dirigente. Dove e come si manifesta concretamente questo deficit?
Bisogna chiedersi anche come si costruisce una classe dirigente.
Qualcuno molto più importante di me diceva che la crescita di una classe dirigente è un mistero della storia. Io credo che sia proprio così.
Quando esistevano i grandi partiti di massa, all’interno di quei partiti avveniva una vera selezione. La selezione nasceva dal confronto, dallo scontro politico, dalle amicizie, dalle alleanze, dalle idee e dai programmi. Tutto questo si manifestava apertamente nei congressi, dove ci si confrontava e si decideva quale classe dirigente dovesse emergere.
Come nasce una classe dirigente resta un mistero?
Se voglio diventare qualcuno, mi metto un simbolo sulla testa e vado a convincere le persone. Se ci si nasconde dentro un partito e dietro un simbolo, può anche accadere di arrivare a una posizione. Solo che, in questo caso, non siamo più di fronte a un vero partito ma ad un comitato elettorale. Ecco perché io non vedo più una vera dialettica politica.
E non lo dico soltanto del Pd. Non la vedo nel M5S e non la vedo neppure nei partiti del centrodestra.
Veniamo alle prossime elezioni politiche. Che cosa ne pensa della riforma?
Per quanto riguarda la riforma elettorale, io la considero un grande imbroglio.
Innanzitutto, una legge elettorale non dovrebbe essere concepita da un governo. Dovrebbe nascere dal confronto parlamentare, almeno all’interno dell’Assemblea legislativa. Già questo, a mio avviso, rappresenta un elemento irrituale.
Mi chiedo: perché c’è questa continua esigenza di cambiare la legge elettorale?
La mia impressione è che le forze politiche cerchino di costruire un sistema elettorale che di volta in volta consenta loro di sopravvivere e di mantenere le proprie posizioni.
E c’è un altro aspetto che mi preoccupa: l’ipotesi di un premio di maggioranza molto ampio rispetto ai voti effettivamente ottenuti. Non sono un costituzionalista e quindi non mi permetto di dare un giudizio tecnico, ma mi chiedo se sia compatibile con i principi costituzionali.
Il tema, però, resta quello della scelta dei candidati nelle liste bloccate.
Esattamente. Il problema è che, ancora una volta, si rischia di sottrarre al cittadino la possibilità di scegliere davvero i propri rappresentanti.
Continuano a essere i capi delle correnti a decidere chi deve essere eletto. E questo contribuisce ad alimentare la trasformazione dei partiti in comitati elettorali.
Se non ci sono preferenze reali, chi decide? Decide il capolista. E se il capolista è bloccato, la competizione elettorale diventa quasi una formalità.
Le preferenze non servono?
Certo. Prendiamo un partito che ottenga il 4 o il 5 per cento. Se viene eletto un solo parlamentare, chi entra in Parlamento? Il capolista.
A quel punto, a cosa serve dare la preferenza agli altri candidati?
È per questo che considero il meccanismo un grande inganno. Si rischia di costruire una legge elettorale che, ancora una volta, impedisce ai cittadini di scegliere realmente i propri rappresentanti.
E questo, secondo me, è uno dei motivi per cui la partecipazione elettorale continua a diminuire. Quando le persone hanno la sensazione di non poter incidere sulla scelta dei propri rappresentanti, smettono anche di andare a votare.
Il problema non è soltanto quale legge elettorale adottare. Il problema è restituire ai cittadini la possibilità di scegliere e ai partiti la capacità di tornare a essere luoghi di confronto, partecipazione e formazione di una vera classe dirigente.


