di Floriana Mastandrea
La memoria di un popolo passa soprattutto da usi e costumi, parole e detti popolari, quelle pratiche cioè, che identificano l’appartenenza ad un gruppo etnografico. Il dialetto è un archivio dell’esperienza umana, uno scrigno di memoria collettiva, nel quale si stratificano secoli di storia, di contaminazione culturale, di migrazioni, dominazioni e adattamenti. Nel dialetto sopravvivono visioni del mondo, in cui parole difficili da tradurre raccontano rapporti sociali, paure ancestrali, modi di abitare il tempo, la morte, il sacro, il lavoro, la famiglia. Ricostruire l’origine di un termine,significa spesso ripercorrere il cammino storico di una civiltà. Conoscere il dialetto, vuol dire preservare un patrimonio antropologico unico. Ogni parola diviene una piccola testimonianza storica, un frammento della coscienza collettiva. In un’epoca dominata dall’omologazione linguistica e culturale, il recupero dei termini popolari,rappresenta un atto di resistenza della memoria. Le parole antiche continuano a raccontare ciò che siamo stati e, forse, ciò che continuiamo inconsapevolmente ad essere. Ogni voce dialettale reca il respiro delle generazioni trascorse, il volto degli avi, l’eco di mondi perduti e la relativa trasformazione in simboli che continuano ad abitare il presente, mantenendo la continuità storica di un popolo. In questo contesto, si inserisce da protagonista, anche il proverbio, una delle forme più antiche della sapienza popolare, in cui si condensano esperienza storica, prudenza collettiva, osservazione della natura umana e memoria etica di una comunità. I proverbi nascono dalla vita concreta, dalla necessità di sopravvivere, trasmettere insegnamenti essenziali alle generazioni successive: tramandano modelli di comportamento, sistemi di valori, rapporti tra uomo e natura, concezioni del destino, della fortuna, del lavoro e persino del divino. Nella sua forma sintetica, il proverbio contiene implicitamente una storia, un conflitto, una lezione, una paura, una verità sociale. L’historiola ne espande il significato, trasformando la massima in racconto, la formula in esperienza vissuta, la sentenza in memoria narrativa. È proprio attraverso queste brevi narrazioni, che molte comunità hanno trasmesso valori, paure e credenze collettive. Un semplice detto popolare, poteva diventare il racconto di un contadino ingannato, di una madre in attesa, di un viandante, di un santo, di uno spirito o di una figura liminale appartenente all’immaginario locale. L’historiolanasce dall’incontro tra memoria e immaginazione: la sapienza popolare sente il bisogno di incarnarla in personaggi, azioni e luoghi riconoscibili. Le 4 historioleraccontate da Nicola D’Antuono, ne sono un esempio prezioso: brevi racconti simbolici in cui verità morale, un proverbio o una credenza popolare, si trasformano in vicenda esemplare. Ne sono protagonisti Gesù e San Pietro, figure della tradizione religiosa, profondamente umanizzate dalla cultura contadina. I due camminano tra vicoli, taverne, campagne, animali, parlano la lingua del popolo e ne condividono le fatiche quotidiane. In “Pi nu piccatore, pinitenza maggiore”, il tema centrale è la responsabilità morale. Pietro è il discepolo in bilico tra carnalità e divinità, rappresentazione dell’uomo con le sue imperfezioni, debolezze e contraddizioni. In “Pane e Acqua pi’ papà”, emerge il tema della tentazione e dell’avidità. Pietro, figlio ed erede del popolo, è l’uomo fragile che continua a sbagliare in preda ai bisogni, dall’appetito, al desiderio di possesso (di un prosciutto che non vorrebbe proprio restituire). Sarà l’intervento di Gesù, imponendo il ritorno all’essenziale, a ristabilire un equilibrio morale. Nel racconto, mondo contadino ed etica cristiana si fondono, per governare i desideri, in una sorte di Super-Io collettivo. In “Malerizione a la zenghera” Gesù e il suo discepolo, viandanti affamati, giungono in una taverna, dove un poverello vestito di stracci offre a Gesù il poco che ha: una spina di baccalà. Mosso da commozione per il nobile gesto, Gesù moltiplica miracolosamente il cibo. Nella stessa taverna si trovano la zingara e i farisei. La zingara, che attrae e seduce, èoggetto degli sguardi di Pietro, preda degli umani istinti, tanto da richiedere l’intervento del Maestro: “Wagliò, li quatrare di l’ate nun si trieminedino, Tata chiange!”. Cambio di scena, i due escono per andare a far visita a Mariuccia, una donna in fin di vita, figura opposta alla zingara: è una guaritrice, mediatrice tra il mondo umano e sacro. Intanto, il cielo si fa scuro e minaccioso, presagio di tempesta, preludio e simbolo del tradimento. Sembra che la natura possieda una coscienza morale accompagnando i passaggi emotivi: Gesù e Pietro, traditi dalla zingara, saranno inseguiti dalle guardie e non riusciranno a raggiungereMariuccia. Gesù la vede allora in cielo, che intanto si è addolcito e la contempla nella bellezza dei giusti. Il tradimento della zingara ha impedito un atto di misericordia, ma nonostante l’eterna lotta tra il bene il male che rappresenta, il bene, non è stato sconfitto: “suone di campane currevano pi l’aria”, mentre il vento porta con sé la maledizione per la zingara. “Malirizione a lu picurariello (lucantu di lu spinapolice)” è l’historiola più ricca di simboli arcaici: la primavera esplode e la terra riprende a respirare, il bosco si sveglia, gli alberi profumano, la natura diventa creatura viva. L’incontro con il giovane pastore non è come quello col poverello della taverna: il ragazzo non solo nega la carità, ma sbeffeggia persino i due viandanti, simulando il gesto e l’onomatopea del “non ce n’è” (Cu-cu), che ricorda il verso del cuculo. Qui la maledizione diviene metamorfosi e il ragazzo viene trasformato in cuculo, nell’uccello che non ha più il suo nido e che ripete in eterno il suo verso spasmodico, in una sorta di giustizia cosmica. Il nesso simbolico tra il cuculo che indica il ritorno della primavera, quindi della fertilità, il latte e l’ascensione (Sceliza), affonda le sue radici in un complesso rituale pastorale di primavera, in cui elementi cristiani si sono sovrapposti a credenze molto più antiche. Dagli studi di antropologia religiosa e di folklore dell’Italia meridionale, emerge che nel giorno dell’Ascensione, il latte appena munto non doveva essere trasformato in formaggio, ma donato a vicini, viandanti e poveri. Era un rito propiziatorio di passaggio stagionale,volto ad assicurare fertilità e ricchezza, in cui il custode simbolico del patto tra l’uomo e la natura era il cuculo. Le historiole di Nicola D’Antuono testimoniano una modalità peculiare di interpretare il sacro: Gesù e Pietro non appartengono solo alla tradizione evangelica, ma diventano figure simboliche attraverso le quali la comunità riflette su se stessa, sulle sue virtù e sulle sue debolezze. Il libro, in cui anche gli scenari cari all’autore (luoghi dell’infanzia e dell’adolescenza), diventano personaggi, ha un valore altresì etnografico. Le descrizioni sono un vero e proprio archivio della civiltà contadina irpina e le historiolerappresentano la sopravvivenza di un’antica forma di conoscenza, attraverso la quale le comunità rurali interpretavano il mondo, spiegavano i fenomeni naturali, educavano le nuove generazioni e custodivano la memoria collettiva. Attraverso il dialetto, i canti, le formule rituali, le maledizioni e le immagini di vita contadina, conservano uno straordinario patrimonio immateriale, in cui sopravvive la voce di una comunità che ha affidato alla parola il compito di custodire la propria storia. Le historiole delineano i personaggi anche psicologicamente, scavando nella profondità dell’animo umano e dimostrando di aver compreso, ancor prima della moderna psicologia, che la cultura popolare aveva anticipato che alcune verità,possono essere trasmesse soltanto attraverso il simbolo. I racconti di D’Antuono parlano contemporaneamente di Ariano, dell’Irpinia e dell’essere umano, con le sue debolezze e virtù. Forse, – come ben dice Francesca, devota figlia che ha voluto la pubblicazione postuma del libro a vent’anni dalla scomparsa del padre, “il destino ultimo di queste pagine, non è insegnare, ma ricordare”. E che sarebbe l’umanità senza memoria?
Il libro è stato presentato ad Ariano Irpino, insieme alla raccolta, a cura di Ottaviano D’Antuono e Raffaele Guardabascio, Ama la verità… e tu dilla – 45 Anni di elette Virtù Civiche a servizio di Ariano – presso il Museo Civico della Ceramica con: Mario Ferrante, Sindaco di Ariano; S.E. Massimiliano Palinuro, Vicario Apostolico di Istanbul; Vincenzo Grasso, giornalista; Emilio Chianca, vice-presidente dell’Associazione Amici del Museo; Francesca D’Antuono, docente; Floriana Mastandrea, giornalista e scrittrice; Ottaviano D’Antuono, già responsabile del Museo civico.



