Ha fatto molto discutere l’organizzazione logistica e tecnica della serata conclusiva del Ferragosto Avellinese in pieno centro, questo il parere in merito dell’urbanista Gerardo Masaniello: “Le normative per organizzare un pubblico spettacolo in sicurezza esistono. Basta applicarle, senza confondere i ruoli istituzionali. Nel caso del “Ferragosto Avellinese”, l’organizzatore – anche se coincide con il Comune – deve essere autorizzato dal SUAP con un provvedimento espresso ai sensi dell’articolo 68 del TULPS. Questa licenza è l’unico atto che legittima l’evento e può essere emessa solo previo parere obbligatorio e vincolante della Commissione sui locali di pubblico spettacolo ai sensi dell’articolo 80 del TULPS. Nel caso di specie non sono ammesse scorciatoie: la procedura semplificata tramite S.C.I.A. è vietata dalla legge sopra i 2.000 spettatori. Superata quella soglia, l’iter ordinario è tassativo. Il dubbio procedurale: il parere non è la licenza. Dalle cronache emerge un dato certo: la Commissione Provinciale di Vigilanza ha espresso parere favorevole per un massimo di 3.500 persone. Tuttavia, a livello di notorietà documentale, né la stampa né il dibattito pubblico menzionano il titolo autorizzativo finale ex art. 68 TULPS firmato dal SUAP. Questo solleva un interrogativo cruciale. La Commissione esprime un parere tecnico di agibilità, ma non rilascia licenze. Se un ente si limita a recepire il verbale tecnico senza emettere l’atto finale del SUAP, si crea un vuoto amministrativo grave. Spesso si tende a confondere i due atti, quasi a voler utilizzare il parere dei tecnici come uno “scudo” per alleggerire le responsabilità dell’autorità locale, che rimangono invece ineludibili. Il paradosso di Avellino: le 15.000 persone “fantasma” Questo cortocircuito ha prodotto un risultato visivo drammatico in piazza: un recinto formalmente autorizzato per 3.500 persone all’interno del quale la burocrazia si è ritenuta soddisfatta, e 15.000 persone all’esterno ammassate come sardine, attirate dal concerto gratuito. Fuori dalle transenne, la Safety reale non è mai iniziata. Quella marea umana è stata liquidata come “semplice circolazione di cittadini”, da gestire alla stregua del mercato settimanale, con i Vigili Urbani agli incroci a deviare il traffico. Proprio qui crolla la gestione del rischio (il cosiddetto “play out” spaziale). Se le 3.500 persone dentro il recinto avessero dovuto evacuare all’improvviso per un’emergenza – un botto, una rissa, un principio di incendio – le vie di fuga designate sarebbero sfociate direttamente in mezzo alla calca dei 15.000 all’esterno. Le transenne si sarebbero trasformate istantaneamente in una trappola mortale, schiacciate dalla pressione interna di chi spingeva per uscire e da quella esterna di chi non poteva capire cosa stesse succedendo. Conclusione I piani di sicurezza firmati dai tecnici non sono “muri di carta” per coprire le omissioni degli enti locali o l’ambiguità di note prefettizie territoriali. Chi progetta la sicurezza deve ancorarsi unicamente alle rigide Direttive Ministeriali centrali. Su eventi di questa portata la trasparenza deve essere totale: è diritto della cittadinanza sapere se l’atto autorizzativo del SUAP esista e come sia stato valutato il rischio dell’enorme afflusso esterno. In Italia la vera sicurezza inizia quasi sempre dopo la tragedia, quando si passa al diritto penale; un Paese civile ha il dovere di pretendere la linearità delle procedure prima che i disastri accadano”.
Masaniello: “Sicurezza nei grandi eventi, il paradosso del Ferragosto avellinese”
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