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Il vino è buono. Il problema è che nessuno sa più quanto vale l’uva

La vendemmia 2026 arriva in anticipo, con uve sane e prospettive qualitative che, in molte zone d’Italia, fanno ben sperare. Eppure c’è poco da festeggiare. Perché il vero problema non è soltanto quanto vino riusciremo a produrre, ma quanto vino riusciremo ancora a vendere e, soprattutto, quanto continuerà a valere l’uva di chi quel vino lo rende possibile.

La fotografia nazionale è già abbastanza impietosa. Al 31 luglio nelle cantine italiane erano ancora presenti circa 42,6 milioni di ettolitri di vino, il 6,9% in più rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Una quantità enorme che pesa sul mercato proprio mentre la nuova vendemmia bussa alle porte. E non è un dettaglio che quest’anno UIV, Assoenologi e Ismea abbiano scelto di non azzardare la consueta previsione vendemmiale nazionale, rinviando il giudizio ai dati consuntivi. Intanto il clima ha fatto il suo lavoro. In molte aree la raccolta è partita con dieci, quindici giorni di anticipo. Il caldo ha accelerato le maturazioni e, dove le condizioni lo hanno consentito, ha consegnato uve sane e promettenti. Ma anticipo non significa abbondanza: in alcune zone le rese sono attese sensibilmente inferiori alla media. È qui che la vendemmia 2026 smette di essere soltanto una storia agricola e diventa una storia economica. Perché puoi avere un’uva bellissima, sana, concentrata, capace di diventare un grande vino. Ma se le cantine sono piene e il mercato non assorbe quello che hai già prodotto, il valore di quella stessa uva comincia lentamente a sgretolarsi.

E allora arriviamo in Campania, dove il paradosso diventa ancora più evidente. La Regione ha attivato anche per il 2026 la vendemmia verde sull’intero territorio regionale, mettendo a disposizione risorse per eliminare i grappoli prima della maturazione e portare a zero la resa delle superfici aderenti. Tradotto dal linguaggio dei bandi: mentre una parte della filiera si prepara a raccogliere, un’altra viene incentivata a non produrre. Ma Palazzo Santa Lucia ha fatto anche un passo ulteriore. A luglio l’Assessorato all’Agricoltura ha formalmente chiesto l’attivazione della distillazione di crisi, una misura straordinaria pensata per togliere dal mercato una parte del vino invenduto e contribuire a riequilibrare il rapporto tra domanda e offerta. È una scelta che racconta molto più di quanto sembri. Perché quando una Regione chiede di trasformare il vino invenduto in distillato, sta prendendo atto che c’è più prodotto di quanto il mercato, oggi, riesca ad assorbire. E allora la domanda diventa inevitabile: se bisogna ridurre il vino già prodotto, come si può pensare di garantire un prezzo dignitoso all’uva che sta per arrivare? In Campania, però, c’è una terra dove questa contraddizione assume un significato quasi brutale: l’Irpinia.

Qui la vendemmia 2026 è arrivata ad agosto. Una parola che, pronunciata tra queste colline, ha quasi il sapore di una provocazione. L’Irpinia ha costruito una parte della propria identità vitivinicola proprio sulla lentezza: altitudini, escursioni termiche, maturazioni diverse da valle a valle, attese che diventano profumi, acidità, struttura. E invece quest’anno si è cominciato a raccogliere prima. Molto prima. Il caldo ha accelerato il ciclo vegetativo e spinto alcune aziende ad anticipare la raccolta. Le prime indicazioni parlano di uve sane e di una qualità potenzialmente molto interessante, ma anche di quantità inferiori alle attese in diverse aree. Il problema, però, non è soltanto quando si raccoglie. È quanto viene riconosciuto a chi ha aspettato tutto l’anno per poterlo fare. In queste settimane il prezzo delle uve è diventato il vero nervo scoperto dell’Irpinia. Le quotazioni indicate per alcune uve destinate alle grandi denominazioni del territorio si aggirano intorno ai 60-65 centesimi al chilogrammo. Una cifra che la CIA Agricoltori Italiani di Avellino considera insufficiente per garantire la sopravvivenza della filiera e che ha spinto l’organizzazione a chiedere alla Regione un intervento urgente. La richiesta è arrivata a Napoli il 27 luglio, con una proposta precisa: istituire un Tavolo Tecnico Regionale Permanente sulle problematiche della filiera vitivinicola nelle diverse province campane. Non una riunione buona per i titoli di un giorno, ma un luogo stabile nel quale mettere intorno allo stesso tavolo produttori, trasformatori, istituzioni e organizzazioni agricole e affrontare costi, prezzi e prospettive del comparto.

L’Assessora all’Agricoltura Maria Carmela Serluca ha raccolto l’allarme e dato disponibilità a un approfondimento. Il tavolo tecnico istituzionale dovrebbe partire proprio dal punto che oggi fa più male: quanto costa produrre un chilo d’uva e quanto viene effettivamente pagato. Un’analisi che dovrebbe riguardare l’Irpinia, ma anche le altre province campane. Ed è un passaggio importante. Perché, per una volta, la discussione non parte dalla bottiglia che arriva sullo scaffale, ma dal grappolo che ancora non è arrivato in cantina. L’Irpinia possiede tre DOCG — Fiano di Avellino, Greco di Tufo e Taurasi — e ha costruito intorno a queste denominazioni una reputazione che va molto oltre i confini regionali. È un territorio nel quale la vite non vive in condizioni facili: colline, altitudini, terreni diversi, vendemmie che richiedono lavoro, precisione e pazienza. Non è una fabbrica di bottiglie. È un sistema agricolo nel quale la qualità nasce anche dalla difficoltà. Eppure il mercato rischia di comportarsi come se quell’uva fosse una commodity qualsiasi. La Regione prova dunque a intervenire sui due lati del problema: da una parte cerca di alleggerire il mercato dalle eccedenze, dall’altra prova ad aprire un confronto sul valore economico della produzione agricola.

L’Assessore Maria Carmela Serluca

Ma c’è una domanda che nessun tavolo tecnico potrà eludere. Quanto può ancora essere sostenibile una viticoltura alla quale chiediamo continuamente di produrre meglio, in modo più rispettoso dell’ambiente, mantenendo il paesaggio, preservando le denominazioni, affrontando il cambiamento climatico e garantendo qualità sempre più alta, se poi il prezzo riconosciuto al primo anello della catena non basta a remunerare il lavoro? Perché il vino, alla fine, è una filiera. E una filiera non può essere sostenibile soltanto nella sua parte più visibile. Possiamo raccontare l’eleganza del Fiano, la personalità del Greco, la profondità del Taurasi. Possiamo celebrare l’annata, fotografare i grappoli, raccontare le vendemmie all’alba e la poesia delle colline. Tutto bellissimo. Ma dietro ogni bottiglia c’è qualcuno che quella vigna deve potarla, trattarla, lavorarla, raccoglierla. Qualcuno che paga gasolio, manodopera, trattamenti, macchine, energia, tasse. Qualcuno che si prende il rischio di una grandinata, di una gelata, di un’estate troppo calda o di un mercato che cambia mentre le sue viti continuano a fare quello che hanno sempre fatto: crescere, maturare, aspettare. E quel qualcuno deve poter vivere del proprio lavoro. Il punto, allora, non è stabilire se il vino italiano del 2026 sarà buono. Probabilmente, in molte zone, lo sarà. Il punto è capire se saremo ancora capaci di riconoscere il valore di ciò che lo rende possibile. Perché il paradosso della vendemmia 2026 potrebbe essere tutto qui: un’uva capace di diventare una bottiglia da raccontare, da servire, da esportare, da celebrare; un’uva che dentro quella bottiglia acquista valore, prestigio, identità. Ma che, nel momento esatto in cui passa dalle mani di chi l’ha coltivata a quelle di chi la trasforma, rischia di valere troppo poco.

E allora forse la domanda non è più quanto varrà il vino. È molto più semplice. E molto più scomoda.

Alla fine, il vero lusso non sarà più bere un grande vino. Sarà riuscire a produrlo senza perdere chi lo coltiva.

di Carmela Cerrone

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