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Greci, tornano sui muri i volti fotografati trentaquattro anni fa

Greci la memoria non resta ferma. Torna a vivere nelle strade, sui muri, nelle voci e nei gesti di una comunità che, ogni anno, ritrova se stessa attraverso chi è rimasto, chi è partito e chi continua a tornare.

In occasione della festa di San Bartolomeo, il piccolo centro arbëreshë dell’Irpinia si è trasformato in un grande racconto collettivo. Sui muri del paese sono tornati i volti fotografati trentaquattro anni fa; nelle strade hanno riecheggiato parole e voci in arbëreshë; dalle città del Nord e dall’estero sono rientrate persone nate a Greci e costrette, nel tempo, a costruire altrove il proprio percorso di vita. E, come da tradizione, è tornato anche il Dramma Sacro di San Bartolomeo, una delle espressioni più significative della memoria e dell’identità della comunità.

È in questo intreccio tra passato e presente che assume un significato particolare il concetto di “ritornanza”: non soltanto il ritorno fisico in un luogo, ma la capacità di continuare ad appartenervi anche dopo averlo lasciato, mantenendo vivo un legame fatto di memoria, relazioni, affetti e partecipazione.

È proprio da questa idea che nasce “Ritratto di una lingua – Questi volti sono il primo alfabeto”, progetto fotografico di Gianni Pucci, fotografo originario di Greci, realizzato con il patrocinio e la collaborazione del Comune e dell’Associazione culturale Embri.

A partire dal 1992, Pucci aveva ritratto numerosi abitanti di Greci. Trentaquattro anni dopo, quelle fotografie sono tornate nel luogo in cui erano state scattate. Non in una sala espositiva, ma sui muri del paese, restituite alla comunità e messe nuovamente in relazione con le persone, le strade e le storie da cui erano nate.

Il 20 agosto gli stessi abitanti hanno contribuito ad affiggere i ritratti sulle facciate e lungo le vie del centro. Un gesto semplice che si è trasformato in un momento di partecipazione collettiva.

Davanti a quelle immagini, qualcuno ha ritrovato il proprio volto di tanti anni fa; altri hanno riconosciuto un genitore, un amico, un familiare o una persona che oggi non c’è più. Così, accanto alle fotografie, sono riaffiorati ricordi, racconti e vicende personali.

La mostra è diventata, quindi, qualcosa di più di un’esposizione fotografica: è diventata un paese che si riconosce e si racconta attraverso i propri volti.

A completare il progetto è un percorso sonoro dedicato alla lingua arbëreshë, con parole, frasi e voci accompagnate dalla traduzione italiana. La lingua, in questo modo, non viene presentata soltanto come elemento del patrimonio culturale, ma torna a occupare lo spazio pubblico, accanto ai volti delle persone che l’hanno parlata e di quelle che continuano a tramandarla.

Un progetto che si inserisce perfettamente nel particolare periodo dell’anno vissuto da Greci, quando la festa di San Bartolomeo richiama nel paese famiglie e generazioni che durante l’anno risiedono altrove.

È proprio in questi giorni che torna in scena anche il Dramma Sacro di San Bartolomeo, rappresentazione che coinvolge oltre cento tra attori e figuranti e che rappresenta una delle tradizioni più radicate della comunità.

Anche il Dramma Sacro racconta, a suo modo, una storia di partenze e ritorni. La versione del testo tuttora rappresentata risale al 1913 e fu pubblicata nel 1941 a New York dagli emigrati grecesi. Un legame significativo con quella comunità di emigranti che, pur lontana migliaia di chilometri, continuò a custodire la memoria e le tradizioni del paese d’origine.

È lo stesso filo che oggi unisce i volti fotografati da Gianni Pucci, la lingua arbëreshë e il rito del Dramma Sacro.

Tornano i volti. Tornano le persone. Torna la lingua. Torna la tradizione.

E ogni ritorno contribuisce a dare nuova vita a ciò che sembrava appartenere soltanto al passato.

Greci è l’unico comune arbëreshë della Campania e, come molti piccoli centri delle aree interne, ha conosciuto negli anni fenomeni di emigrazione, spopolamento e progressiva riduzione della popolazione.

Ma “Ritratto di una lingua” non vuole trasformare questa identità in una fotografia nostalgica del passato. Al contrario, il progetto utilizza strumenti contemporanei – fotografia, suono, spazio pubblico e partecipazione – per costruire nuove forme di relazione tra generazioni e tra persone che vivono in luoghi diversi.

È questa la direzione scelta dall’Associazione culturale Embri, nata con l’obiettivo di mettere in dialogo la cultura arbëreshë con il presente e con le nuove generazioni.

Perché il futuro dei piccoli paesi non si misura soltanto attraverso il numero di persone che riescono a trattenere. Può dipendere anche dalla capacità di mantenere vivo il rapporto con chi è partito, con chi vive lontano e con chi, periodicamente, sceglie di tornare.

A Greci, in questi giorni, questa relazione è diventata visibile.

Tra “restanza” e “ritornanza”, i muri del paese hanno restituito alla comunità la propria memoria. E quella memoria, invece di rimanere immobile, è tornata a vivere nelle strade.

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