A intervenire nel dibattito avviato dal Corriere dell’Irpinia sulla condizione del Pd locale è Francesco Todisco, Presidente del Consorzio Generale di Bonifica del Volturno e storico militante dem.
Allora, dopo anni, un Pd pacificato, vincente alle amministrative: non può andare meglio…
Colgo l’ironia nella domanda e non mi sottraggo alla domanda vera, quella in controluce, che riguarda la condizione del Pd.
La questione non riguarda il Pd irpino ma il Pd nella sua stessa essenza. Da anni, e ben a prescindere anche dai segretari o dai leader di turno, il Pd ha smesso di far vivere una dialettica al proprio interno per paura che le tensioni del confronto portino a rotture insanabili. La conseguenza è stata che si è abbandonata la via della politica.
Un partito senza dialettica è la conseguenza di un congresso unitario?
In questi anni sono stato più spettatore che attore e ho scoperto, in un misto di stupore e di disillusione, che i congressi territoriali debbano per forza concludersi in maniera unitaria. L’esistenza stessa di un dissenso in un determinato territorio sarebbe vista come una sconfitta per i gruppi dirigenti nazionali che sono sempre e costantemente impegnati in un vortice di telefonate per far sì che il dissenso rientri. Ecco, per quello che può valere o pesare la mia opinione, qui c’è un problema serio perché le classi dirigenti e le proposte di un partito si sono sempre costruite nel conflitto e nelle tensioni fra visioni diverse. Questa “tensione unitaria” è tutt’altro che una sintesi ma una mordacchia che evita il dibattito e la nascita di nuovi protagonismi. L’omologazione, il controllo, la pressione esercitata dall’alto produce mediocrità di idee. Per uno cresciuto a pane e militanza, in congressi dove “volavano le sedie” ma dove alla fine ci si rispettava nella comune identità, è roba scontata, ma prendo atto del fatto che scontato non lo è più.
Come si esce da questa impasse?
Alla nascita del Pd sono stato fra i fondatori e promotori del circolo “Vittorio Foa”, è stata una stagione interessante per quanto dicevo in precedenza. Abbiamo fatto vivere costantemente un’altra idea del Pd, un pensiero critico, che, seppure avversato e contrastato dall’allora maggioranza del Partito, non è stato mai giudicato superfluo o non è stato mai ritenuto ostile al Partito. Ci sono state polemiche, tensioni, contrasti, asperità, ma nessuno avrebbe considerato la necessità di superare quell’esperienza, perché quel conflitto era utile al Partito, alla stessa maggioranza che era sfidata e stimolata da una minoranza capace di esprimere pezzi di classe dirigente che si sarebbero poi affermati nel tempo.
I circoli sono una ricchezza se fanno vivere questa funzione, sono superflui o dannosi se servono a cristallizzare tessere, numeri e consensi.
Servirebbe un congresso cittadino?
Certo che servirebbe un congresso cittadino ma sempre e solo in un’altra idea di politica rispetto a quella attuale. Un partito cittadino che sia autonomo dal livello provinciale e dai livelli istituzionali, che sia da stimolo per l’amministrazione comunale e non strumentale alle necessità della stessa, che sia palestra di formazione per la nuova classe dirigente della città, che sia capace di portare il dibattito politico della città fuori dal Palazzo Comunale. Se è questo serve, se non è questo, ma uno strumento per compensare, equilibrare, silenziare malumori e mal di pancia, diventa una roba che non solo non serve, ma dannosa. Dunque, torniamo alla domanda su cui ottimisticamente il cronista e il militante continuano a confrontarsi da anni: qual è la situazione del Pd, da ciò che vorrà essere il Pd discenderanno anche le risposte per il Pd irpino e di Avellino.
Alla Provincia il centrosinistra si è diviso: il Pd ha vinto o ha perso?
In continuità logica con quanto rappresentavo in precedenza, quanto accaduto con le elezioni provinciali mi sembra il punto evidente, almeno nella nostra provincia, di quel modo di intendere il Pd. Rispetto all’esperienza Buonopane gli organi del partito avrebbero dovuto convocare la direzione provinciale e, contemporaneamente, ascoltare i propri amministratori. Per esprimere un giudizio politico con tanto di voto in direzione. A fronte di un giudizio positivo si sarebbe dovuto riaffermare la candidatura del Presidente uscente; a fronte di un giudizio negativo, si sarebbe dovuto motivarlo al Partito regionale e nazionale, chiedere un passo indietro a Buonopane e costruire un’alternativa con il pieno protagonismo degli amministratori del Pd. Farlo sarebbe costato qualche passaggio doloroso, naturalmente, ma è la politica. Le elezioni per il Presidente della Provincia, così come quelle per il Consiglio provinciale, sono già mortificanti per come sono state pensate dal legislatore, ma queste elezioni sono state, per tanti amministratori del Pd, ancora più amare, vissute nella più totale mancanza di chiarezza politica.
Intanto si avvicinano le Politiche: con la nuova legge elettorale l’Irpinia rischia di perdere rappresentanza in Parlamento?
Anche qui, la medesima risposta di sempre: c’è stato un tempo non troppo lontano, credo nei primi anni Duemila, in cui ci sono stati otto parlamentari irpini se non addirittura qualcosa in più, non ricordo in quegli anni chissà quale miglioramento per le sorti della nostra provincia. È un tema al quale non sono mai riuscito ad appassionarmi, non mi interessa quanti irpini ci saranno in Parlamento, ma quanta Irpinia, Mezzogiorno e Aree interne ci sarà nella capacità della politica di costruire ciò che occorre a queste comunità così provate da questi brutti tempi.
(antpica)



