Che cosa ho imparato in circa sessanta anni dal mestiere di giornalista? E quali sono le motivazioni per cui si legge poco e si scrive spesso male? Che cosa è accaduto nel mondo dell’informazione tanto da ridurre la credibilità a limiti quasi estremi? È solo la scomparsa della figura dell’editore puro (ammesso che sia mai esistito) a favorire l’ingresso di cordate legate da comuni interessi? Domande tante e inquietanti che meritano risposte.
Provo a darle da protagonista e testimone di un viaggio durato più di mezzo secolo, vissuto tra sbuffanti linotype fino a questa ultima rivoluzione tecnologica dell’Intelligenza artificiale, della quale fa sempre più uso chi rinuncia a vedere con i propri occhi e chi delega al lavoro altrui le grandi emozioni che solo la militanza giornalistica può offrire.
C’è una grande questione che ha a che fare con la democrazia e la libertà: l’informazione. Il potere la insidia. L’economia la rende fragile. Quello stesso potere che da anni si contrappone all’autonomia della magistratura in un conflitto che offende i principi costituzionali. Quel potere che “logora chi non ce l’ha”, come sentenziò Giulio Andreotti con questa frase diventata storica.
In realtà è anche vero che nell’informazione il potere rende ambiziosi e gratifica chi dovrebbe mantenere la schiena diritta nella narrazione dei fatti. È molto raro oggi che siano il merito e la competenza a guidare il mestiere di giornalista. È sempre più evidente che le redazioni siano affollate dai “mi manda…”: lo si evince da come vengono riportati i fatti relativi ai non appartenenti a determinate cordate, con commenti ben lontani dalla narrazione della realtà. Peggio ancora fanno i social con le loro proposte “oscene”, tra litigi dei protagonisti ed esempi di maleducazione. Così finisce che parole come indipendenza e autonomia smarriscano il loro valore e la loro credibilità.
Ho sempre dovuto riscontrare che dietro un giornale c’è quasi sempre una fabbrica di interessi: di mercato, di politica. Un tempo lo scontro tra poteri aveva qualcosa di elegante, raffinato, che consentiva al lettore di prendere parte, di farsi una opinione, di scegliere da quale parte stare.
Era il tempo in cui le inchieste di Eugenio Scalfari e Giuseppe Turani relative al conflitto di interessi tra pubblico e privato si presentavano sotto il titolo di “Razza padrona” (Feltrinelli), orientando le scelte.
Oggi l’informazione è un Sistema, come lo sono tutti i gruppi di potere che escludono i cittadini desiderosi di verità. Un “sistema” che condiziona la libertà, che protegge l’illegalità, che arma la politica, aiutata a corrompersi, e i partiti, che sono strumenti per l’acquisizione del consenso. Il conflitto tra il giusto e l’ingiusto resiste nel tempo, anzi peggiora.
Sono tanti i tasselli che compongono il “sistema” per eccellenza e che nella loro complessità di rapporti rendono difficile la ricerca della verità. Il più delle volte il conflitto naviga nelle stesse redazioni tra obbedienza cieca ai voleri del vertice della testata e la rottura del dialogo tra gli stessi redattori.
Ricordo che, all’esordio della professione, mi fu chiesto di fare un’inchiesta sull’allora fase nascente dell’emittenza privata. Quello fu il tempo in cui le montagne furono devastate da alloggi per sistemare le antenne (oggi si usano tecnologie diverse) e chi le erigeva – salvo pochi esempi, espressione di passione vera – erano costruttori con l’intento di aumentare le pressioni per i loro affari. Si disse allora che finalmente si allargava il campo della competizione nel raccontare i fatti.
Oggi un altro pericolo sta superando l’angolo: l’intelligenza artificiale gettata in pasto a tutti senza alcun controllo, manipolata secondo i fini da raggiungere, molto spesso somma di notizie raccolte da varie fonti e riciclate non senza clamorosi errori.
Ho vissuto momenti di grande tristezza quando il mio lavoro d’inchiesta spariva senza che potessi ricevere una spiegazione. Ricordo di un’inchiesta fatta sul proliferare degli scarichi abusivi a mare da parte di alberghi e campeggi nel Cilento. Articoli assemblati in una cartellina consegnata ai vertici del giornale che, a loro dire, si sarebbe persa non si sa come e dove. Denunciai il fatto, protestai, evocai la libertà di stampa. Tutto inutile. Solo qualche tempo dopo mi fu detto da un collega che a proibire la pubblicazione dell’inchiesta era stato un influente parlamentare salernitano. È una ferita che ancora oggi sanguina.
Certo, ho anche commesso degli errori, come quello, ad esempio, di non aver portato fino in fondo la mia battaglia per l’indipendenza dell’informazione quando ne ho avuto la possibilità come consigliere nazionale e regionale dell’Ordine dei giornalisti. Avrei potuto fare di più. Dico di me non per autocelebrarmi, ma come testimone di una professione che è fortemente sempre più in crisi; salvo alcune firme che sono ancora in trincea, quanti nella confusione dimenticano che in gioco c’è la libertà di tutti e la democrazia del nostro Paese?
Parlo di me, buttato fuori dalla proprietà del primo quotidiano locale da me fondato, il cui successo stava per essere svenduto ad affaristi della mala politica.
Parlo di me che, pur avendo fondato un quotidiano nel Mezzogiorno e per il Mezzogiorno, per difendere la libertà di informare su questo Sud senza voce – e invece con incredibile opportunismo presentato come il miracolo economico italiano – non ho gettato la spugna, ma ho trasferito il mio impegno nel Corriere dell’Irpinia, alla guida di una redazione di giovani sensibili al tema della rinascita del Sud.
Redazione che, per non subire ricatti, non si è mai inginocchiata per sopravvivere e si è rifiutata di cedere alla lusinga delle pubblicità occulte e per questo oggi naviga con affanno ma in acque trasparenti, in cambio di contratti di pubblicità.
Parlo di me, mai pentito o rassegnato, che lotto con il desiderio di credere che una rivoluzione morale sia ancora possibile e che i mercanti dell’informazione siano cacciati fuori dal tempio per consentire di respirare aria pulita. Quella stessa che un tempo profumava nelle strade della mia città, oggi assediata da un potere basato su un’alleanza tra imprenditori, zone opache e sospette del mercato e una politica ridotta a bieco affarismo, con la scomparsa e la distruzione di una classe dirigente in grado di opporsi al male.
Parlo di questa Irpinia, terra di grande cultura, con protagonisti che l’hanno amata, dei quali la memoria si è perduta.
Scrivo per sollecitare le Istituzioni ad ogni livello e quei colleghi, soprattutto giovani e alle prime armi, che hanno DOVUTO scegliere il silenzio contro il malaffare e che, non adeguatamente protetti dalle sigle degli ordini e sindacali, si schierano dalla parte di chi, comprando i mezzi di informazione, li usa per fini speculativi e politici, offendendo la dignità di chi vi lavora con passione. Qui e in ogni luogo. Per la propria e l’altrui libertà.
Se non c’è una consapevole difesa dei valori Costituzionali, a partire dall’articolo 21, si scivolerà lentamente, ma inesorabilmente, nel baratro creato da chi progetta di mettere le mani sul Paese.



