di don Gerardo Capaldo
“Fischia il sasso, il nome squilla del ragazzo di Portoria e l’intrepido balilla è gigante nella storia”. Tutti coloro che frequentavano la scuola già nei primi anni 40 ricordano questo inno che si cantava un po’ dovunque. Ben 12 strofe che in gran parte concludevano: “Ai nemici in fronte il sasso agli amici tutto il cuor”.
Inni nazionali molto popolari che in gran parte esaltavano la violenza e la superiorità. Tempi lontani, opportunamente cancellati dalla memoria storica. Senza però provvedere ad una educazione diversa, come la stessa Maria Montessori lamentava.
Eppure non mancano testi canori di antica tradizione e di grande valore, tali da esaltare la fraternità e la pace, senza indurre fatalisticamente a ritenere la pace un sogno irraggiungibile, a disprezzarla come utopia. Premesse che ovviamente non favoriscono una ben più idonea educazione alla nonviolenza e alla pace.
L’educazione alla pace non è facile e richiede molti sacrifici, certamente inferiori a quelli richiesti dalle guerre. “A puero homo” si diceva nel medioevo. Poi ci si rese conto che “le parole commuovono ma gli esempi trascinano”. Gli esempi dei “grandi” che i mass media diffondono producono effetti perversi.
Le linee pastorali emerse dal Concilio indicarono poi metodi pedagogici ben più idonei. Ma chi se ne importa? “Se il tuo fratello commette una colpa – disse Gesù – va e ammoniscilo fra te e lui solo” (Mt 18 15-20). Se non basta si prevede l’intermediazione, e quindi l’impegno della comunità tutta. “A mali estremi – si diceva un tempo – estremi rimedi”.

