Sarà il nipote Amedeo, figlio dell’indimenticabile ingegnere Peppino, con la sorella Elvira e la madre Rita Biancaniello, a ritirare il 21 settembre in Prefettura la medaglia d’onore in ricordo del nonno generale Amedeo de Felicis.
di Gianni Marino
Per quelli della mia generazione (nati cioè a Nusco qualche anno dopo la fine del secondo conflitto mondiale) nel racconto della seconda guerra mondiale ritornava sempre un nome evocato dai più come un refrain, una sorta di mantra locale. Il mitico “generale–amedeo–de–felicis”. In tanti lo citavano e lo ricordavano con riconoscenza. Mio padre, poi, ogni volta che incontrava il primogenito l’ing. Peppino, abbracciava il figlio per dimostrare eterna riconoscenza al padre scomparso, perché rientrato sano e salvo dalla guerra ripeteva sempre le stesse parole: “Se non era per Sant’Amato e per il generale de Felicis chissà se ritornavo vivo dall’Africa”. E sì perché furono molti i soldati nuscani che si affidarono al Generale in cerca di aiuto per proteggersi o attenuare il rischio connesso al rischio bellico. E il generale quando sentiva che quei soldati venivano da Nusco era sempre pronto ad ascoltarli ed aiutarli. Ma chi era il generale de Felicis e perché aveva questo legame speciale con la gente di Nusco? La storia ebbe inizio nel 1917 in piena prima guerra mondiale. Nel mese di novembre le donne di Nusco diedero vita ad una rivolta popolare contro la requisizione del grano. Esasperate dalle condizioni di fame insopportabili, esse diedero vita ad una di quelle fiammate che pure non facendo vittime furono duramente represse. Lo stesso vescovo Paulini fece da paciere. Ma la mano pesante della reazione non si fece attendere: arresti di massa e carcere. Da allora il paese era tenuto sotto controllo e un distaccamento dell’esercito presidiava il paese. Un giovane ufficiale, reduce dalla prima guerra mondiale, fu distaccato a Nusco. Si chiamava Amedeo de Felicis, (papà napoletano e madre lucana di cognome Corrado, famiglia a metà strada fra brigantaggio e lealismo monarchico). L’ufficiale de Felicis, nel settembre del 1918, mentre guidava un reparto d’assalto sulle rive del Piave, nella battaglia, dopo aver gioito per aver eliminato un cecchino austriaco appostato su di un albero, era stato a sua volta ferito e si era salvato perché le acque gelate del fiume gli bloccarono l’emorragia mortale. Era stato decorato con medaglia d’argento al valore militare. Nel suomemoriale avevo riportato la frase: “Questa è l’ora del destino, per la patria o si osa risorgere o si deve perire”. Già durante quell’ultimo anno di guerra, aveva coltivato una passione per la fotografia.
A Nusco attorno al giovane–eroe crebbe da subito ammirazione e simpatia soprattutto per i suoi modi garbati e gentili, tanto che a distanza di anni si indicava “la stanza del tenente” la camera che l’ufficiale occupava durante la sua permanenza in paese. Al fascino della divisa non resistettero due donne nuscane, Elvira Imparato ed Ines Verderosa. La love story appassionò l’intero paese che tifava per l’una o per l’altra ragazza. Amedeo scelse Elvira non senza contrasto in famiglia (lo zio Vincenzo Imparato, persona autoritaria, voleva che la nipote andasse sposa al marchese Pepe). Ma l’amore omnia vicit, così il tenente sposò Elvira nel 1921 e nel 1922 nacque Giuseppe, poi Gaetano (1924), Antonio nel 1926 e Italo nel 1934. La famiglia visse fra Napoli, Cava dei Tirreni, Gorizia e Nusco. Il tenente era destinato ad una brillante carriera militare. “ Nel 1935 il nonno – mi raccontano entusiasti i giovani nipoti nuscani Elvira ed Amedeo, quest’ultimo con la madre Rita Biancaniello appassionato cultore della storia familiare, – fu mandato a Rodi per un’iniziativa militare di “controllo”, essendo tal luogo un crocevia di scambi commerciali e marittimi, e di conseguenza luogo che poteva attirare potenziali nemici. È lì che il nonno strinse amicizia con Umberto di Savoia, recatosi in visita ufficiale. Il futuro Re ne rimase colpito per la sua passione fotografica e la sua storia inerente alla campagna bellica del primo conflitto mondiale, dove sopravvisse miracolosamente. In occasione di questa campagna di Rodi gli venne conferita una medaglia al merito con lo stemma dei cavalieri di Rodi.” Con il grado di capitano, de Felicis incontrò di nuovo il principe Umberto durante le grandi manovre del 1936 in Irpinia. Nel 1938 divenne vice comandante alla Nunziatella a Napoli e prestò servizioanche nel distretto militare di Avellino. Nella sua compagnia, a Napoli, nel 1939 si ritrovarono molti nuscani: Mario Chieffo, Silvio Di Girolamo, Raffaele Natale, Raffaele Ressa e Antono Vaiano. Prese parte poi come comandante di battaglione del 31 Reggimento di Fanteria alla seconda guerra mondiale. Fu in Albania e in Grecia nell’isola di Creta. Quando il colonnello Luigi Chatrian (Aosta1891– 1967), di cui era collaboratore partì per Creta in Grecia nel 1940 lo seguì con il grado di maggiore. Quando questi fu costretto a lasciare perché ferito De Felicis ne divenne per breve periodo comandante. Alla resa di Creta fu fatto prigioniero dai tedeschi e deportato a Chestokowa in Polonia . Come ricordo infausto rimase memorabile la giornata di fine marzo 1944, quando nella zona imperversò una tremenda bufera di neve e vento. Gruppi di SS., formidabilmente armati come per un assalto, irruppero improvvisamente nella caserma nelle prime ore del mattino per una perquisizione che durò sette ore fuori al gelo. Poi in Germania nel lager n.1 di Gross Hesepe con una marcia di 14 km. I prigionieri arrivarono stremati al Campo, un vero Campo della fame.
I prigionieri divennero larve di uomini di cui anche i più resistenti non si reggevano in piedi e presentavano i sintomi di sfinimento e deperimento massimo. Alcuni morirono letteralmente di fame. Solo all’inizio dell’aprile 1945 reparti di punta canadesi liberarono il Campo. Durante la prigionia quella che era una passione per la fotografia divenne per il generale De Felicis la sua ancora di salvezza. Il comandante tedesco del lager, vista la sua passione per la fotografia, gli ordinò di allestire un piccolo gabinetto fotografico atto a raccogliere foto delle tombe dei morti da inviare alla Croce Rossa a Ginevra. Custodiva migliaia di foto in un zainetto. Quando nel 1945 ritornò dalla prigionia, a Trieste lo zainetto gli fu trafugato e a nulla valsero negli anni successivi le richieste della Croce Rossa italiana per poter usufruire di quelle foto che avrebbero dato nome e cognome a tanti soldati morti. Ritornato a casa, ridotto pelle ed ossa, il generale cadde in depressione per il dispiacere di non poter aiutare chi chiedeva aiuto. A distanza di anni gli arrivavano ancora lettere da ogni parte d’Italia per avere notizie di qualche familiare. Poco dopo riprese il servizio presso l’ospedale militare di Napoli dove rimase tre anni e raggiunse il grado di colonnello. Profondamente monarchico – dopo il risultato del referendum pro repubblica – non volle giurare fedeltà alla Repubblica e fu congedato dall’esercito. Non aveva voluto seguire il suo comandante Chatrian che, dopo aver giurato fedeltà alla Repubblica, fu nominato più volte dallo stesso De Gasperi sottosegretario alla difesa. Fu una scelta di vita antistorica ma lealista. Ciò non gli impedì di conservare rapporti cordiali e di amicizia con il generale Chatrian: infatti anni dopo questi fu padrino alle nozze del figlio Italo. Da generale di brigata in congedo, esercitò vari attività, non ultima quella della gestione di un negozio di orologi a Via del Mille a Napoli. Spesso rappresentava l’UNUGI Regione Campania. Il 9 dicembre 1975 la sua morte a Napoli. Chiese la bandiera sabauda che piegata fu deposta sulla bara con gli onori di un drappello militare. L’ultimo saluto avvenne a Nusco in forma quasi privata fu accompagnato al cimitero dove aveva chiesto di essere seppellito. Il mitico “generale-de felicis” era ritornato al “ paesello” che lo aveva adottato giovanissimo, dove si era sposato e dove era nato il primogenito Peppino.



