Nel Partito Democratico la questione della guida della coalizione sembra chiusa: per Palazzo Chigi, il nome è quello di Elly Schlein. A ribadirlo è Igor Taruffi, responsabile Organizzazione del Nazareno, che a Sky TG24 ha escluso l’ipotesi di federatori, candidature improvvisate o sfide interne. “Lo statuto indica chiaramente chi sia il candidato a Palazzo Chigi: la segretaria del partito, anche in caso di primarie”, ha spiegato, aggiungendo che cercare strade alternative sarebbe “strano” alla luce del consenso di cui la leader gode.
Taruffi si appoggia all’articolo 5, comma 1, che affida al segretario la leadership elettorale e la proposta di nome per la presidenza del Consiglio. Lo stesso articolo, però, al comma 3, lascia uno spiraglio: se la coalizione sceglie di passare dalle primarie, l’Assemblea nazionale può stabilire come ammettere candidature ulteriori.
È proprio su questo passaggio che si concentra l’area riformista, che guarda con interesse a un possibile profilo di Giorgio Gori. Il sindaco non ha sciolto la riserva e, all’incontro dell’ala minoritaria a Prato, si è limitato a dire: “Non se ne parlerà qui”. I riformisti, peraltro, porrebbero una condizione: una competizione interna avrebbe senso solo con un meccanismo a doppio turno, così da non indebolire Schlein e non consegnare il vantaggio al leader del M5s, Giuseppe Conte.
L’accelerazione del dibattito dipende in larga parte dalle mosse del governo. La nuova legge elettorale è vicina al via libera definitivo e cresce la percezione che Giorgia Meloni sia già entrata, di fatto, in campagna elettorale. Nel centrosinistra si indica la primavera come finestra plausibile per il voto, e da qui a allora l’alleanza dovrà presentarsi con un programma condiviso.
M5s e Avs si dicono pronti a stringere sulla sintesi in tempi rapidi, e Conte ha annunciato che il programma del Movimento arriverà entro l’autunno. Taruffi rilancia sulla tempistica: “Noi siamo pronti da mesi”, dice, e ora è il momento di sedersi al tavolo e fissare i punti chiave.
Resta però da superare lo scoglio della politica estera. Sull’invio di armi all’Ucraina, M5s e Sinistra confermano la loro contrarietà, mentre i riformisti dem, con Lorenzo Guerini, ribadiscono che “il sostegno a Kiev non è in discussione”. Sarà questo, con ogni probabilità, il banco di prova più delicato per un programma comune.

