di Rosa Bianco e Fiore Carullo
La Basilica Paleocristiana dell’Annunziata di Prata di Principato Ultra ha accolto, sabato 3 ottobre, la XVI edizione del Premio Prata, appuntamento ormai consolidato nel panorama culturale irpino. La manifestazione, organizzata da Armando Galdo, Angelo Galdo, Antonietta Gnerre e Mario Troisi, con la direzione artistica di Annarita De Feo e Antonio Caggiano e la conduzione di Barbara Ciarcia e Nello Fontanella, ha riunito personalità della cultura, della medicina, del giornalismo, della legalità e del sociale.
Sono stati premiati Maurizio de Giovanni, Cesare Gridelli, Alfonso Pirozzi, Roberto De Fazio, Emanuela Sica, Rosalia Spolverino, Emanuele Marinelli, Giulietta Fabbo, Tommaso Delli Paoli, Angelina Di Sisto, Monia Gaita, Renata Romano e Antonella Gensale.
Figure e percorsi differenti, uniti però da una medesima idea: quella del valore come testimonianza concreta di un’esistenza spesa per gli altri, in una comunità che riconosce e tramanda il bene che nasce dall’intelligenza, dalla competenza e dalla responsabilità.
In una serata dedicata alla cultura come forma di responsabilità civile, quindi, abbiamo incontrato Maurizio de Giovanni, scrittore amatissimo dal pubblico e da sempre particolarmente attento alle trasformazioni sociali del Mezzogiorno. Con lui abbiamo parlato di Irpinia, aree interne, giovani, spopolamento e futuro.
L’INTERVISTA
Maurizio de Giovanni, che cosa significa per lei venire in Irpinia?
L’Irpinia è, senza dubbio, una delle parti più belle della nostra regione e del nostro Paese. Ed è anche, incredibilmente, una delle più sottovalutate, sia a livello regionale sia nazionale.
È un luogo di bellezza straordinaria, con un patrimonio naturalistico, artistico, architettonico ed enogastronomico di enorme valore. È uno di quei territori che dovrebbero rientrare a pieno titolo nei grandi circuiti del turismo e che, invece, ancora non hanno la visibilità che meritano.
Credo che sia una responsabilità importante delle amministrazioni locali dare adeguata comunicazione a luoghi di tale bellezza.
Lei guarda con particolare attenzione alle problematiche del Mezzogiorno e delle aree interne. La desertificazione demografica è uno dei fenomeni più preoccupanti. Quale futuro vede per questi territori?
Io sono fortemente ottimista. Secondo me, la bellezza vince. Deve vincere, perché l’unica cosa che non viene meno è proprio la bellezza.
Luoghi come questi hanno tutto: storia, arte, archeologia, cultura, cibo, natura. Non possono non vincere.
Pensiamo anche ai cambiamenti climatici: il riscaldamento globale sta determinando, per esempio, un progressivo allontanamento da alcune zone costiere. Questa può diventare un’occasione straordinaria per le aree interne, un’occasione che deve essere colta.
Ma come si può trasformare questa bellezza in una reale opportunità di sviluppo?
Innanzitutto attraverso una comunicazione adeguata. Se nessuno conosce l’esistenza di un luogo, per quanto straordinario esso sia, non basta inserirlo marginalmente nelle guide turistiche.
Bisogna organizzare tour specifici, portare gli operatori turistici a conoscere questi territori e fare in modo che siano messi nelle condizioni di comprenderne l’importanza.
Sono convinto che questa bellezza debba essere promossa con forza.
Nel suo libro L’orologio di Brest racconta anche personaggi costretti ad andare via. È possibile leggere questa storia alla luce della fuga dei giovani dalle nostre aree interne?
Nell’Orologio di Brest c’è una serie di personaggi costretti ad andare via, costretti ad allontanarsi. Noi dovremmo invertire questa tendenza.
Ci sono associazioni che stanno strutturando iniziative importanti, ma occorre creare le condizioni affinché i ragazzi non debbano necessariamente andare via.
Questi luoghi, le nostre città, possono garantire le stesse opportunità che esistono altrove, ma con un livello di vita che costa molto meno.
Oggi, per un ragazzo, andare a vivere a Roma o a Milano comporta costi talmente elevati che spesso finiscono per azzerare ogni beneficio del lavoro.
Bisogna trovare lavoro qui, inventarsi nuovi lavori, creare strutture, accompagnare e assecondare gli investimenti che stanno cominciando ad arrivare, anche in maniera consistente.
Questo è un compito delle istituzioni. E deve diventare un obiettivo primario.
Tra poco si tornerà a votare. Quale speranza possiamo offrire ai giovani che cercano lavoro e prospettive? E quale ruolo può avere la politica?
Prima di tutto dobbiamo riportare i giovani a votare.
Quando ho compiuto diciotto anni, le due cose che volevo erano la patente e andare a votare. Oggi molti ragazzi non prendono neppure la patente e non vanno nemmeno a votare.
Bisogna riportare i giovani a interessarsi della cosa pubblica, perché il futuro è loro. Non possiamo consentire di costruire noi il futuro che loro poi dovranno subire.
Devono tornare a votare. Questo sarebbe già un primo passo molto importante.
Un’ultima domanda, che ci porta a Napoli e a Diego Armando Maradona. Una nostra amica scrittrice, la professoressa Angela Anzalone, ha dedicato il suo ultimo libro, dal titolo “Diego Armando Maradona – Il Dio Delphico di Napoli” a Maradona, raccontandolo anche come simbolo di Napoli e del Sud. Lei, che è un grande tifoso del Napoli, come guarda a questa interpretazione?
Penso che sia giusto, perché Maradona è stato colui che ha insegnato al Sud che poteva vincere.
Lo ha fatto nel calcio, ma noi dobbiamo trasferire questo insegnamento in tutte le cose della vita.
L’insegnamento di Maradona è stato quello della vittoria: la possibilità della vittoria, quando nessuno la prevedeva e quando nessuno credeva che fosse possibile.
Noi l’abbiamo fatto e siamo stati felici.
E vorrei ricordare che proprio in quegli anni anche l’Avellino era un’importante realtà della Serie A. Lo ricordiamo molto bene, così come ricordiamo le sfide e gli scontri con il Napoli.
E allora ci auguriamo di poter ricostruire presto un potere meridionale capace di riconquistare la propria centralità.
LA BELLEZZA COME POSSIBILITÀ
Nelle parole di Maurizio de Giovanni la bellezza non è un semplice attributo del paesaggio, ma una categoria del possibile. L’Irpinia, il Mezzogiorno, le aree interne diventano così non il luogo della rinuncia, ma quello di una possibile rinascita.
Il suo messaggio è, in fondo, una sfida: trasformare la bellezza in progetto, la memoria in futuro, l’appartenenza in scelta. E soprattutto restituire ai giovani la possibilità di restare senza sentirsi condannati a partire.
Perché il Sud non ha bisogno soltanto di essere raccontato: ha bisogno di tornare a credere nella propria capacità di vincere.


