di Gianni Marino
Da qualche anno, sta assumendo sempre più importanza il 4 ottobre Festa di San Francesco. Quest’anno in modo particolare la vita e l’opera del Santo di Assisi ha trovato momenti di celebrazione molto significativi. Da molti anni a Montella si mantiene viva una tradizione molto sentita a livello popolare. Sarebbe molto utile una riflessione per capire le ragioni di tale ripresa, le ragioni profonde di tale sentimento popolare a livello nazionale e locale. Nel contempo, da alcuni anni, qui da noi con“Il Cammino di Guglielmo” ha ripreso forza e vigore un altro sentimento religioso considerato a torto minore: quello legato alla figura di San Guglielmo da Vercelli . Come è noto, due sono iluoghi in Irpinia a loro dedicati: l’Abbazia del Goleto a Sant’Angelo dei Lombardi e il Convento di San Francesco a Folloni a Montella. A cavallo tra l’Alta Valle del Calore e quella dell’Ofanto, con la montagna di Nusco da spartiacque, risalenti ai secoli XII e XIII, il primo fondato da San Guglielmo da Vercelli e il secondo – secondo la leggenda – da San Francesco d’Assisi. Ho frequentato questi luoghi fin da ragazzo, conservando l’impressione che in questi luoghi vi siano le radici di una identità tà collettiva che coinvolge ognuno di noi. Non sembri azzardato fare un confronto tra i due Santi rileggendo una memorabile pagina di Giustino Fortunato sulla Badia del Goleto. “Ivi nel 1142, trentanove anni prima della nascita di San Francesco d’Assisi, moriva, non ancora sessantenne, uno di quegli uomini singolarissimi, ai quali è dovuta la storia dei moti religiosi dell’anima popolare: moriva quel San Guglielmo da Vercelli, la cui bella vita leggendaria è strano non abbia porto fin qui, come avrebbe meritato, motivi di studio alla critica e d’ispirazione all’arte … Ma non egli, autore e banditore di castri, era fatto veramente per l’eremo: l’uomo aveva troppo nel sangue dell’avventuroso e del fantastico. Gli ultimi vent’anni della vita trascorse in continue, assidue peregrinazioni, messaggero di letizia e di concordia a tutte le valli dell’Appennino lucano-irpino, tanto care al suo cuore e tanto da lui predilette…. Esaltando i poveri e i derelitti, i mansueti e gli offesi, e maledicendo i superbi e i cupidi… Certo il solitario del Goleto non è ancora il poverello d’Assisi; non ha la personalità potente di San Francesco, né del suo genio, l’intima, squisita, coscienza umana. Alitava in quel cuore un soffio ideale, un ardore lirico di poeta che lo spingeva, anche suo malgrado, al dominio spirituale, all’affratellamento delle anime.” Ancora oggi, camminando tra le pietre del Goleto o del Convento a Montella si avverte la loro lezione così attuale: l’esistenza umana deve tendere a compiere qualcosa di più grande di sé e di più grande del potere: solo se sappiamo far incontrare povertà e dolore possiamo entrare nel mondo avendo saputo uscire. È –come scrive Vito Mancuso – nell’incontro con il dolore, infatti, che si attua la più profonda e più autentica comunione con la realtà che chiamiamo mondo. Prendersi cura del dolore produce quell’inaspettato cambiamento dell’intenzione del cuore e dello sguardo sul mondo che porta a riconoscere ciò che veramente conta nella vita e ad abbandonare le futilità. Ma c’è un incredibile paradosso: che la presa in carico del dolore produce in chi la compie l’opposto, cioè il sorgere della gioia. Per questo Francesco prescrisse nella “Regola non bollata” del 1221: “E si guardino i frati dal mostrarsi tristi all’esterno e oscuri in faccia come gli ipocriti, ma si mostrino lieti nel Signore e giocondi e garbatamente allegri”. Penso sia precisamente questa stretta connessione tra dolore e vera gioia la prospettiva da cui emerge la preziosità di san Francesco e della sua festa per chiunque abbia ancora fiducia nell’umanità e nella sua capacità di bene.
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