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Stare dalla parte giusta della storia: la scelta di Ferdinando de Leoni

di Floriana Mastandrea*

“Ferdinando non voleva raccontare la sua storia, come la maggior parte dei partigiani, perché non hanno mai voluto elevarsi al rango di eroi, nella consapevolezza di dover fare ciò che hanno fatto, perché era la cosa giusta, senza esitazioni. Ferdinando, in punto di morte mi ha posto un interrogativo, che ancora sento addosso: ne è valsa la pena? Un interrogativo che dà la continuità di quel messaggio e attribuisce a ognuno di noi la responsabilità della continuità della missione. Quando venivano torturati dai nazifascisti, i partigiani italiani non parlavano, non tradivano i compagni, non facevano i nomi dei luoghi dei nascondigli. Ce ne dà un segno Erich Priebke, a processo per l’eccidio delle Fosse Ardeatine, dove fece anche fucilare 5 persone in più del previsto, sottolineando, in un misto di rabbia e stupore, come ciò che innervosiva di più i nazisti, era che gli italiani non parlavano. Gli italiani non volevano tradire la causa, la ragione per cui avevano scelto di lottare. I partigiani non parleranno nemmeno all’indomani della fine della guerra di Liberazione, non parleranno con i familiari al ritorno a casa. Hanno da subito un’amara sensazione: tutto quello che hanno fatto è davvero servito?, visto che si ripristina uno stato di cose per cui, coloro che avevano lottato ed erano stati i vincitori morali della guerra di Liberazione, sembrava dovessero scusarsi con la comunità per quello che avevano fatto. Ecco perché noi dimostriamo una sensibilità particolare, ed è quello che mi ha trasmesso Ferdinando, entrando nelle viscere della verità. Tutto quello che facciamo è una rincorsa continua della verità di fronte a una fase crescente e continuativa di revisionismo, non della Storia, che da parte dello storico di mestiere sarebbe legittimo per conoscere ed eventualmente ricredersi su qualcosa, ma di un revisionismo strumentale, che diventa mistificazione. Un’altra cosa insopportabile dei nostri tempi è il negazionismo, il non chiamare le cose col loro nome, ovvero la brutalità del fascismo per quello che è stata e avanzare indistintamente l’ipotesi che gli uni erano uguali agli altri perché si erano battuti comunque per una causa giusta entrambi! No, siamo qui ancora una volta ad affermare, che c’è chi si è battuto perché era dalla parte giusta della Storia e chi invece era da quella sbagliata! Abbiamo ancora oggi il dovere morale del ripristino della conoscenza. La conoscenza che consente di essere antifascisti, e, citando il libro, che fa sì che il giovane Ferdinando acquisisca quella consapevolezza, come il diritto ad amare, di cui era stato privato solo perché la compagna di banco era ebrea. Da un giorno all’altro, senza conoscerne il motivo, non aveva più visto tra i banchi del liceo quella ragazza ebrea bella, dagli occhi color carbone, e la pelle liscia come l’alabastro sempre profumata di quel profumo di rose. Quella ragazza che ogni mattina allietava il pensiero del giovane Ferdinando verso la scuola, nell’attesa e nella speranza di incrociarne lo sguardo, pur fugacemente, non senza timidezza. Anche per l’ingiustizia che Ferdinando avverte, comincerà la clandestinità, e dopo una serie di peripezie, scampando fortuitamente alla fucilazione, entrerà nella Resistenza. Avrà con sé una compagna costante, una ragione che lo motiverà in ogni azione e nei momenti più duri: Lei! Nell’atroce scenario di guerra, non posso non pensare allo sterminio di Gaza in corso e ai diritti negati a quella popolazione”. Così Vincenzo Calò, dirigente nazionale ANPI e coordinatore Area Sud, intervenuto alla presentazione del suo libro, Cuore partigiano, presso il Museo civico di Ariano Irpino, precisando come il suo non sia un libro di Storia, ma inserito in un contesto storico su cui si è ampiamente documentato.                                                                                                                                    Ogni capitolo, attraverso la vicenda vera del protagonista, consente di immergersi nel ventennio fascista e negli accadimenti della Seconda Guerra Mondiale. In sintesi qualche argomento.                                                                                                              Nato nel 1924, Ferdinando De Leoni è un giovane studente antifascista romano, immatricolato all’università, renitente alla leva, iscritto al Partito d’Azione dal ’42, indotto dal senso della giustizia e della libertà, soprattutto dopo che della compagna di banco ebrea, un giorno non ha saputo più nulla. Arrestato e imprigionato dai fascisti, per la delazione di un ex compagno di scuola, viene trasferito nel forte di Pietralata, dove sta per essere fucilato il 23 gennaio del ’44, quando si diffonde la notizia dello sbarco degli Alleati, le sirene suonano incessantemente, si temono i bombardamenti, cominciano le diserzioni, vengono aperte le celle e si urla ai prigionieri di dirigersi ai rifugi. Grazie alla situazione convulsa, Ferdinando riuscirà a scappare, ma un mese e mezzo dopo, mentre tenta di recarsi a casa sua, i tedeschi lo bloccano e lo deportano insieme ad altri giovani antifascisti, a La Spezia, in un esercito di leva creato dal governo fascista di Salò. Sarà l’occasione per entrare finalmente in contatto con la Resistenza.                                                                             Il fascismo e le leggi razziali                                                                                                                     Alla fine della Prima guerra mondiale, la forte crisi economica e sociale, consente, come unica soluzione possibile, l’insinuarsi del fascismo, che si presenta in modo ambiguo, con insiti i caratteri di un certo modo sprezzante, di intendere i rapporti tra le persone e quei comportamenti autoritari, superbamente ostentati dai suoi esponenti, in primis da Benito Mussolini. Nel tempo diventerà: censura delle libertà, annientamento delle coscienze, sopraffazione di più deboli, eliminazione fisica degli oppositori. Mussolini era stato direttore dell’Avanti e socialista, poi radiato dal partito per indegnità morale. Interventista durante la Prima guerra mondiale, andrà a formare i Fasci di combattimento, contro “il pericolo misoneista di destra e quello distruttivo di sinistra”, quindi nel 1921 si alleerà con Giolitti per entrare in Parlamento, prendendone subito dopo le distanze. Dopo la famigerata marcia su Roma del 28 ottobre 1922, Vittorio Emanuele III lo incaricherà di formare il nuovo governo. Inizia così l’ascesa del partito fascista e la fine della democrazia liberale. Chi dissente sarà perseguitato col carcere, col confino di polizia o costretto alla fuga o all’esilio, quando non ucciso, come nel caso del socialista parlamentare Giacomo Matteotti, rapito e massacrato il 10 giugno 1924 a Roma. Oltre che privazione delle libertà, il fascismo vuol dire censura (controllo dei media, della libertà di parola, parole italianizzate, divieto di ascolto di musica jazz). I nomi stranieri anche degli attori, vengono italianizzati e bisogna darsi del Voi, non del Lei. Viene promulgato il Codice Rocco, che vuol dire revoca dei passaporti, soppressione di tutti i giornali antifascisti, istituzione del confino nelle isole, scioglimento di sindacati, associazioni e partiti, pena di morte per un’ampia serie di reati politici, istituzione della polizia fascista, il tribunale speciale per la difesa dello Stato e l’introduzione del reato di attentato allo Stato. L’apice però lo raggiungerà con le leggi razziali, che significherà anche la conversione di Mussolini all’ideologia nazista di Hitler, fondata sulla potenza militare e sull’ideologia razzista, secondo cui la razza ariana è superiore e deve sottomettere tutti gli altri popoli del mondo. Per gli ebrei e gli zingari, per i deboli e i malati, è decretata l’eliminazione violenta, i popoli slavi devono essere ridotti in schiavitù. Il 14 luglio 1938 il Manifesto della razza apre la strada al capolavoro di ignominia delle leggi razziali. Per le vittime vuol dire smarrimento, senso di vergogna, perdita di dignità, di speranza e di voglia di vivere. Ferdinando comincia a conoscere l’odio e il senso di ribellione, maturando la decisione di combattere contro le ingiustizie.                                                                                                La vita da partigiano                                                                                                                                  Le azioni si svolgono prevalentemente sulle Alpi Apuane, tra Toscana e Liguria. Sono soprattutto di guerriglia, considerando la sproporzione con il nemico. Si attacca l’obiettivo, poi ci si sgancia o si arretra di fronte all’avanzare del nemico. L’obiettivo è salvare la pelle, ma non sempre ci si riesce. La vita da partigiani è molto dura: mancano i viveri, (i pochi che si riescono a recuperare vanno divisi equamente), si mangia ciò che si riesce a reperire (castagne, pannocchie, nocciole, noci). A volte per non sentire la fame, Ferdinando morde la cintura di cuoio. A volte si riusciva a recuperare qualcosa dalla popolazione locale, altre grazie agli aviolanci. Le scarpe si lacerano, la notte fa freddo e si dorme all’aperto con un’unica coperta che occupa quasi tutto lo zaino. Si è infestati dai pidocchi (si tagliano i capelli con le forbicine), dalla scabbia, dai dolori reumatici, in montagna fa molto freddo… I partigiani spesso devono cambiare nome per non essere identificati. Non sono militari, anche se a volte si uniranno a loro militari che dopo l’8 settembre hanno deciso di non aderire alla Repubblica sociale di Salò, né combattere per i tedeschi (soldati, capitani dell’esercito, carabinieri), non hanno paga, né malattia, ma sono animati dagli ideali di giustizia e libertà! Devono seguire regole precise: a Ferdinando, entrato nella brigata Falco, viene assegnato il compito di guidare la squadra degli esploratori, che svolgerà anche azioni di controspionaggio.                                                                                                                               Le stragi di Tenerano e Vinca e i parroci                                                                                  Furono molti i parroci che aiutarono i partigiani e pagarono con la vita. A Tenerano (Comune di Fivizzano) Don Edoardo Farinelli, aveva la radio e Ferdinando andava ad ascoltare Radio Londra o a scrivere messaggi con la macchina da scrivere… Un giorno il paese verrà messo a ferro e fuoco dai tedeschi, ma Don Farinelli riuscirà a scappare e nascondersi insieme ad alcuni abitanti, inizialmente nelle tane delle volpi, per poi tornare dopo alcuni giorni ed essere di nuovo sorpreso dai tedeschi. Racconterà la disavventura nel 1946, con grande contrizione, al vescovo della Diocesi di Massa – Carrara – Pontremoli, monsignor Carlo Boiardi.                                                                                                                              Nell’agosto 1944 un altro efferato eccidio si svolse a Vinca. Dopo l’impertinente suono della fisarmonica, segno del lucido cinismo impresso all’azione, i tedeschi entravano nelle case, esplorando ogni angolo e uccidevano tutti, compresa una bimba di 2 mesi. Prima di minare e demolire il campanile di Vinca, i nazifascisti fecero suonare le campane al sagrestano Veraldo Baroni, poi lo trucidarono. Tutte le 174 vittime dell’eccidio di Vinca furono bruciate, anche don Janni. Le vittime salgono a 334, se si aggiungono anche quelle di Bardine San Terenzo, dove morirono anche 100 donne ripiegate sui loro figli, nel tentativo vano di proteggerli. Verrà ucciso anche il parroco di San Terenzo Monti, don Michele Rabino, mitragliato mentre era intento a governare i suoi conigli e cadeva con mezza nuca fracassata e le braccia incrociate sul petto.                                                                                                                                                   Florindo Bonomi, giovane cappellano di Fosdinovo, fondatore del CLN di Fosdinovo, fu prelevato, torturato e condannato dalle Brigate nere di Carrara, ma non parlò. Fu liberato grazie all’intercessione del vescovo di Pontremoli, dove sarebbe dovuto rimanere, senza mai uscire dall’edificio vescovile. Don Florindo, col pretesto di visitare la cognata rimasta sola con una bimba di 2 anni, dopo la deportazione del marito, continuò a tenere i rapporti col CLN di Carrara. Il 12 settembre 1944, denunciato da una spia fascista, fu di nuovo prelevato dalle SS e condotto al castello Malaspina, sede di comando dello spietato Maggiore Walter Reder. Al tempo ventinovenne, costui era nato in Cecoslovacchia da un industriale fallito, e aveva forte desiderio di rivincita e ritorno alla ricchezza. Nel 1934 il diciannovenne studente svogliato e terrorista precoce, aveva frequentato l’Accademia berlinese delle SS, uscendone da esponente tipico della “razza eletta”, che aveva assimilato il precetto di Hitler: “Dobbiamo essere crudeli, dobbiamo esserlo con tranquilla coscienza, dobbiamo distruggere tecnicamente, scientificamente tutti i nostri nemici”!                                                                                                                                    Tornando a Don Florindo: verrà di nuovo torturato, ma non parlerà e il 14 settembre verrà fucilato. Lungo la strada Monzone – Gragnola che lo sta conducendo verso la morte, riuscirà a buttar giù a forza, dall’argine del Fiume Lucido, 2 altri condannati (dei 18) salvando loro la vita. Fu l’ultimo, eroico gesto di un prete che a soli 26 anni, insegnò cosa fosse davvero la solidarietà umana, in contrapposizione alla cultura della morte praticata dagli altri. Tanti altri religiosi verranno mitragliati, impiccati, fucilati, in quella spietata tecnica di guerra che il Feldmaresciallo Kesserling, definisce “Terra bruciata”, cioè distruggere: villaggi, paesi, donne, bambini, anziani, malati, capi di bestiame.                                                                                                                                               Le altre stragi                                                                                                                                                                         Tra il 29 settembre e il 1mo ottobre, l’eccidio di Marzabotto, dove periranno 1.838 abitanti e partigiani. Le esecuzioni non sempre venivano effettuate per rappresaglia, ma secondo la strategia della “guerra preventiva”, tesa a scoraggiare le popolazioni superstiti ad offrire aiuto ai “ribelli”.                                                                                   Altre stragi vanno ricordate: Sant’Anna di Stazzema (LU), con 560 civili uccisi, l’eccidio delle Fosse Ardeatine a Roma, con 335 persone fucilate, la strage della Benedicta, sull’Appennino Ligure – Piemontese, in cui vennero uccisi 175 civili, quasi tutti giovani; la strage di Boves (CN) del gennaio 1944, dove perirono 157 giovani innocenti; Castelnuovo dei Sabbioni e Meleto (AR), dove ci furono 287 vittime; di Marradi, con 314 vittime; San Terenzo Monti, 53 impiccati; Frigido, 108 vittime; San Biagio, San Rossore, Valla… Più di 200 le stragi di grandi dimensioni, moltissime quelle minori.                                                                                                                                                                               Le donne nella Resistenza                                                                                                                           Le donne ebbero un ruolo fondamentale, come ben ha sottolineato Giovanni Capobianco, Presidente Provinciale ANPI Avellino. La loro scelta fu dettata dal coraggio, dalla speranza e dalla rassegnazione. Molte infatti non avevano più nulla: mariti uccisi, figli dispersi, speravano di salvare più vite possibili, affinché altre donne non dovessero sopportare le stesse sofferenze.                                                                                                                                                        Le “resistenti” non furono solo staffette, coloro che si presero cura o sfamarono, ma anche combattenti sulle montagne. Molte vennero torturate, stuprate, e uccise. Si ricordi, ad esempio, Emma Curradi, madre di 3 figli, sfollata da Sarzana, nota a Ferdinando per il suo grande altruismo. Una mattina venne trucidata dai soldati tedeschi mentre percorreva la carrozzabile Fosdinovo- Soliera, senza nemmeno essere interrogata. Amalia Lydia Lalli, partigiana della Brigata Ugo Muccini, cadde in combattimento lungo le rive del fiume Magra. Settima Tonelli, 22 anni madre di un bambino di pochi mesi, morì nel rustico in cui si era asserragliata, bruciata viva! Anche la Resistenza civile ha avuto le sue eroine. Le donne di Carrara il 7 luglio 1944, con una grande protesta, si ribellarono a Kesserling per opporsi all’ordine di sfollare la città, riuscendo a farlo revocare.                                                                                                                                                                                                                                                       A Roma il 7 aprile 1944, nei pressi del Ponte di ferro, zona Ostiense, dieci donne furono fucilate dopo aver assaltato un forno che panificava per i nazisti, insieme ad altre (riuscite a scappare). Il giorno dopo la PAI (Polizia Africa Italiana), accorsa per sedare un tumulto che richiamava i fatti del giorno prima, uccise con una fucilata Caterina Martinelli, madre di 6 figli, che cadde con sei sfilatini nella borsa e una pagnotta stretta al petto, su sua figlia lattante, che sopravvisse, ma con la spina dorsale lesionata.                                                                                                                                                                                                 Tra le migliaia di manifesti che circolavano: “Anche noi siamo scese in campo”, oppure: “Tutte le donne hanno preso il loro posto in battaglia”. La Resistenza sarà la prima sperimentazione di parità tra uomo e donna.                                                                                                                      Frutto della Resistenza è stata la nostra Costituzione, la cui completa attuazione tarda ad arrivare, così come non possiamo dire che le libertà conquistate a caro prezzo siano al sicuro: oggi più che mai. La avvincente storia di Ferdinando, in cui ci si immerge come in un film, ruota sulla barbarie della guerra, sul coraggio, sui diritti negati, sulla dignità, sulla capacità di scegliere da che parte stare. Oggi come ieri, dobbiamo decidere da che parte stare perché, per dirla con la rilevante prefazione di Barbara Alberti, “il tempo delle scelte è sempre! La missione è quella di non ripetere gli errori del passato, ma comprenderlo per costruire un futuro degno di essere vissuto”.                                                                                                                                                               Guai ad essere inconsapevoli o indifferenti.

L’Autore in breve                                                                                                                                                              Nasce a Manduria (TA) nel 1973 e risiede a Roma. Laureato in Economia, è sceneggiatore e dirigente nazionale dell’ANPI. Dopo ll falco vola, compagni addio! (La Città del Sole, 2011), è al suo secondo cimento letterario.

Vincenzo Calò                                                                                                                                                                  Cuore partigiano                                                                                                                                                  4Punte Edizioni LE ROCCE                                                                                                                                                      Pag. 246 € 19

*Anpi Ariano Valle Ufita

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