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Omaggio alla Beata Teresa Manganiello, una santità profonda fatta di piccoli gesti

Il confronto al Caffè Hope in occasione dei centocinquanta anni dalla morte

Vera Mocella
Una delle perle della nostra Irpinia, la piccola beata Teresa Manganiello, di cui ricorrono quest’anno, i centocinquanta anni dalla morte, una ragazza di cui abbiamo imparato a riconoscere i tratti del viso, nelle immaginette che la ritraggono, ma di cui ancora pochi, oggi, conoscono la storia. Ad omaggiare questa figura straordinaria, al Caffè Hope di Avellino, ieri pomeriggio, la vicesindaca Anna D’Aliasi, il Sindaco di Pietradefusi Nino Musto, il Sindaco di Montefusco Salvatore Santangelo, la Presidente di “Avellino per il mondo” Elvira Napoletano e il Presidente di “Insieme per Avellino e l’Irpinia”, Pasquale Luca Nacca. A relazionare su Teresa, il filosofo Fausto Baldassarre, il docente ed esperto in dottrina sociale della Chiesa, Antonio De Feo, e il teologo Michele Zappella, con le conclusioni affidate alla scrittrice Antonietta Gnerre, che ha legami di parentela con la giovane beata. A moderare con intelligenza e delicatezza il dibattito, il giornalista Gianluca Amatucci. La causa per la beatificazione Di Teresa Manganiello, iniziata nel 1976 e terminata nel 1991, nell’Arcidiocesi di Benevento, ottenne, nel 1992, la validità giuridica da parte della Congregazione per le Cause dei Santi. Il 22 maggio 2010, Teresa Manganiello è stata proclamata Beata nella città di Benevento. Per la beatificazione,  la Chiesa ha riconosciuto come miracolosa, e da attribuire all’intercessione della Venerabile Serva di Dio Teresa Manganiello, la guarigione di Ermanno D’Alfonso, postino di 55 anni che, mentre si trovava al lavoro a Roma, la mattina del 13 ottobre 2001, fu colpito da arresto cardiocircolatorio protratto. Rimasto privo di conoscenza, polso e respirazione, gli fu diagnosticato un “notevole danno neurologico”, seguito da prognosi infausta. Il 15 novembre 2001, fu dimesso, invece, in “normali condizioni psicofisiche”. I periti che hanno esaminato successivamente il caso, hanno giudicato all’unanimità la guarigione, “molto rapida, completa e duratura”, “scientificamente inspiegabile alla luce delle attuali conoscenze mediche.

Antonio De Feo  ha tratteggiato con emozione la storia di questa ragazza: «Ho provato a ripercorrere la storia anche umana di questa donna, l’ho immaginata in un tempo complesso, difficile, anche per le condizioni socio economiche. Oggi siamo abituati a pensare che le grandi cose muovano il mondo. Invece, questa donna ha compiuto piccoli gesti, gesti quotidiani, cose che facciamo anche noi. Ma cosa c’è di diverso? C’è questo legame profondo con Dio, fatto di piccole cose, di piccoli gesti. Come se ci volesse dire che è una relazione che ci salva, una relazione, in questo caso, con Dio, una relazione consumata nella fedeltà, nella quotidianità. Abbiamo una testimonianza discreta, silenziosa, come se volesse dirci che anche il silenzio ha un valore, è nel silenzio che si possono trovare le parole giuste, nel silenzio e nella contemplazione. Questa santità così piccola, così discreta, di un “piccolo mondo antico”, ha un messaggio anche per noi. Essere così discreti, infatti non significa non avere le idee chiare: Teresa sapeva molto bene quel che voleva. La casa è stata per questa donna il luogo privilegiato della sua santità, così come anche per noi può esserlo. Questa donna ha reso belle le cose che ha guardato, anche noi con il nostro sguardo possiamo cambiare la direzione della storia. Possiamo rendere bello il mondo».

A farci addentrare in questa vita semplice e luminosissima, ha contribuito anche la riflessione di Zeppella, che ha guidato gli astanti nella storia della giovane beata. «L’anima vive talmente nell’attività divina, nel contatto con il divino, che l’uomo e la donna che pregano diventano preghiera, come accade a San Francesco e a Teresa Manganiello. I nostri santi quasi si “impossessano” di noi, fino a diventare la nostra stessa guida spirituale – ha affermato – Teresa d’Avila ha scritto il “Castello interiore” e vede ognuno di noi come un castello, al cui centro c’è Dio. L’esperienza della carmelitana è cosi intensa, che arriva persino al matrimonio spirituale con Dio. La francescana Teresa Manganiello ha vissuto proprio una esperienza di questo tipo. Teresina con Teresa D’Avila, le due sante carmelitane hanno indirizzato Manganiello lungo la via cristiana dell’amore. Nella bellissima poesia di Teresa di Lisieux “Viver d’Amore”, la santa scrive: “O Trinità sei prigioniera del mio amore”, una frase straordinaria. Solo le donne, infatti, sono chiamate al più importante compito: quello di dare la vita ad un altro essere umano, avvertono un altro cuore che si unisce al loro stesso cuore. Ma tutto questo, avviene in maniera meravigliosa in Maria, la “Theotókos”, in lingua greca, la Madre di Dio, noi siamo figli tutti di una stessa Madre. L’Ave che noi recitiamo, è un saluto romano, che non corrisponde al saluto reale in greco, che potremmo tradurre con: khàire: esulta,  perché tu, creatura umana, hai avuto la sorte più grande: quella di generare Dio. Dio che prende la nostra natura umana » Una spiegazione articolata, appassionante ed appassionata quella dello studioso, che ha anche sottolineato come la stessa espressione mutuata da Giovanni Paolo II: “Totus tuus”, in realtà sia presa dagli stessi testi della mistica cristiana. Per intercessione di Maria, possiamo ottenere le grazie più grandi. «Gesù è un buon figlio – ha proseguito – ed un buon figlio cosa fa? Obbedisce a sua madre. La preghiera di Maria è la più potente, la preghiera di tutti i santi, non è potente come quella di Maria. ».

A scandagliare le profondità dell’anima di Teresa Manganiello, anche l’intervento di Baldassarre, che ha anche individuato sorprendenti similitudini con altre sante, come con Angela Merici.  «Io avevo scritto un libro su Ida Cassi – ha esordito – e le suore si entusiasmarono. Don Vincenzo mi presenta alle suore ed inizia la storia di Teresa, di cui si conosceva pochissimo. Allora le testimonianze erano esigue, esistevano solo degli scritti brevi, andammo da una discendente della beata ed iniziammo a trascrivere tutte le testimonianze. Recandomi all’Archivio di Stato, scoprii che la famiglia Manganiello era stata molto generosa, durante la prima guerra mondiale.  Esistono anche testimonianze poetiche su questa ragazza, alcuni la descrivevano in dialetto “come un auciello che avvolava” e in altri modi delicati. Ho riscontrato similitudini tra la Manganiello e Maria Gargano, dobbiamo valorizzare queste meravigliose figure della nostra terra. Spesso valorizziamo i nostri prodotti, e non diamo il doveroso risalto a figure così importanti. E’ difficile fare la storia di un’anima: Teresa perse due fratelli, uno di 17 anni, l’altro di 19, questi lutti incisero molto su di lei e sulla sua famiglia. I Manganiello erano affittuari, non erano poveri, avevano una discreta ricchezza. Ma per ricostruire la sua storia, dobbiamo anche ripercorrere i suoi luoghi. Il frantoio, il mercato, la piazza sono stati tutti i luoghi in cui ha incontrato il povero, l’emarginato, lo sventurato. Allora non esisteva il contratto: le persone le assumevano lungo la strada. Teresa  aveva uno spirito di accoglienza, era affabile. Aveva la cultura dell’ammalato, così come i missionari. Poi c’è la grotta in cui Teresa si rifugiava. Anche Teresa si va a rinchiudere in una grotta e si isola: e qui riscontriamo una ambivalenza, da un lato, assisteva gli ammalati, dall’altro, si gettava in un roveto di spine. Ho ritrovato anche una somiglianza con Ildegarda di Bingen: perché anche Teresa, al pari della santa, aveva una forte attrazione per la natura. Ildegarda scoprì che nella natura, nelle erbe, c’è una energia che è contrapposta alla avidità. Teresa usava le erbe per curare, in senso farmacologico. Aveva un pezzetto di terra dove piantava le sue erbe medicamentose per poi metterle in un vasetto. Aveva tanti vasetti di colori diversi.  Indagava e scopriva chi in quel momento stava male, per andare a soccorrerlo. Come molti santi, anche Teresa Manganiello conosceva non solo l’anno, ma anche l’ora della sua morte. Aveva detto alla madre: “mamma, quando scoccherà la mezzanotte, io morirò”, come realmente avvenne».

Emozionante anche il racconto della Superiora della Congregazione delle Suore Francescane Immacolatine a cui è legata la beata, che ha ricordato l’apostolato di servizio e di carità della ragazza irpina, il suo amore e la sua cura verso i poveri ed i più bisognosi. La testimonianza della scrittrice Antonietta Gnerre, che ha legami di parentela con la beata irpina, ha concluso quest’omaggio ad una delle perle spirituali della nostra terra. «Ho iniziato a conoscere la storia di Teresa da mia zia, nel 77, quando ero ancora una bambina, quando è tornata dal Venezuela. Ricordo che nel 1981, si recò da Papa Giovanni II per la causa di Teresa. Ma anche mia nonna amava Teresa, tanto che dava le immaginette di questa ragazza, e quando Teresa è diventata beata, tante persone la conoscevano già. Nel 2015, quando invitai il poeta Davide Rondoni in Irpinia, lui mi parlò di un suo progetto che si intitolava “Vite esagerate” e che racchiudeva la vita di alcuni santi. Davide non era convinto dell’inclusione di Teresa in questa collana, ma mia zia mi disse che dovevo insistere. Alla fine, la “beata analfabeta”, che era la storia di Teresa Manganiello, è stato il testo più apprezzato. Propongo di creare un percorso legato ai luoghi di questa giovane beata».

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