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“A chi appartiene la notte”, la recensione di Monia Gaita

In questo racconto, Patrick Fogli offre un esempio particolarmente efficace di come distintivo tecnico e pregnanza narrativa, riescano ad immergere il lettore direttamente nelle rotte dell’azione. La storia s’incardina nel suicidio di un ragazzo, Filippo, gettatosi dalla sommità di un monte, la Pietra di Bismantova, «un trampolino sulla luce del mondo e un trampolino sul nulla». Irene Fontana, giornalista, s’avvia ad investigare su quella morte, preceduta e seguita da tante altre, come se l’epilogo tragico di quelle giovani vite, si inscrivesse in un piano implacabile e assurdo. La scrittura, trapunta di dialoghi, si snoda per icastica rappresentazione e per allusiva evocazione, tra borghi abbandonati e leggende bruite a fil di voce. La mamma di Filippo, Dorina, confessa a Irene di aver cresciuto il figlio da sola: «Il padre?» «Uno che non ha voluto avere a che fare con chi ha messo al mondo. E’ bastato dirgli che ero incinta e si è trasformato nell’uomo invisibile. Filippo ogni tanto ne parlava…se n’è andato a vivere da un’altra parte quando Filippo non aveva nemmeno due anni. Se lo ha visto è stato per caso. Un padre non c’è, non c’è altro da dire». Il dolore di Dorina è completo e irrimediabile: «Sono sua madre. Sono. Si resta mamme anche di un figlio morto. Soprattutto». E’ allora che comincia a scavare, a interrogare gli amici e quelli che conoscevano Filippo. Vuole capire, prova a lambire la verità, ardua e spinosa al pari dei sentieri che si aggrappano alle erte. Ogni voce raccolta è un tassello prezioso, ma bisogna disarmare la brina di reticenza e diffidenza che inquina la sua ansia di verifica. Malgrado l’indagine a quella altitudine aderisca a un aumentato grado di fastidio e di omertà degli abitanti, Irene non cede, non demorde, non arretra. Inizia a frequentare lo Snoopy, «una via di mezzo fra un pub e un’osteria», un ritrovo dove «la faccia non conta, la faccia è un’impronta», un ritrovo dove si tengono inquietanti e torbidi festini. Ecco che la soluzione del mistero, fitto e inestricabile, ha le mani sporche di fango, di ematomi vaganti e indefiniti, di comparse paurose e indizi incisi di suspense e di sorpresa. Lo scrittore concepisce una trama avvolgente e ordinata, dove i filamenti dei perché non vengono mai sollevati in modo ovvio o prematuro. La tensione narrativa riesce a tener desta, fino all’ultima pagina, la curiosità di chi legge. Un intreccio che appassiona, nel quale gli eventi si succedono in un montaggio sapiente, denso di slanci indomiti e coerenza.

Monia Gaita

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