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Se il partito prevale sul candidato

Dare un governo al paese e ricostruire dalle macerie il campo del centro sinistra. La fotografia che ci regala il voto è in questi due scatti. L’Italia è andata al voto con un sistema di fatto proporzionale ma gli elettori lo hanno interpretato come maggioritario. Ne è uscito un paese con due vincitori: Movimento Cinque Stelle e Lega. L’altra considerazione riguarda i collegi. Pochissimi italiani hanno scelto di votare il candidato ma quasi tutti si sono orientati sul partito. Un effetto dirompente.

Il caso più clamoroso è quello di Pesaro. In corsa il ministro dell’Interno Minniti e Cecconi, un candidato espulso dai cinque stelle e che non ha praticamente fatto campagna elettorale. Eppure il risultato è stato netto. Andrea Cecconi al 35 per cento e Minniti al 27,7. Di esempi se ne possono fare altri e sono la spia di un elettorato che dopo aver votato per anni con il cosidetto “Porcellum” ha continuato a votare per i partiti e non per i candidati. Lo scontro è stato dunque giocato dai leader e i candidati sono apparsi comprimari e controfigure. I due trionfatori Salvini e Di Maio, diversi ma speculari. Entrambi hanno girato in lungo e in largo il paese. Hanno occupato le TV e i social incarnando la voglia di cambiamento che c’è.

Nel centrodestra dopo aver cercato per anni un leader alternativo a Berlusconi all’interno di Forza Italia la leadership l’ha occupato una figura esterna al movimento. Salvini ha costruito la sua popolarità sulla difesa dell’identità nazionale e sul rifiuto quasi etnico degli immigrati. Ha fatto della Lega un vero partito nazionalista che ha messo nel cassetto dei ricordi la secessione e il federalismo. Una nuova destra che trova sponde in Europa nella Le Pen e in alcune formazioni tedesche ed olandesi. Di Maio è invece il volto rassicurante dei cinque stelle che abbandonato il vaffa è pronto alla sfida del governo. Una versione istituzionale del movimento. Trentuno anni come il neo cancelliere austriaco Kurz, più giovane di Pablo Iglesias leader di Podemos considerato il cinque stelle spagnolo. Ma non basta il volto di Di Maio a spiegare una vittoria così larga. La cartina d’Italia apparsa su TV e siti dopo il voto ci regala, ad esempio, un Sud totalmente giallo, il colore del movimento.

Di Maio ha incarnato la spinta al cambiamento adesso però come ha scritto Sebastiano Messina “comincia la parte più difficile, deve scegliere se mantenere intatta la purezza del movimento, come ha fatto finora rifiutando ogni trattativa su qualsiasi argomento o pagare il prezzo del compromesso per riuscire a formare un governo. E deve anche decidere se fare dei cinque stelle un vero partito che esca dalla dimensione virtuale della rete o se ascoltare il monito di Grillo a restare un movimento biodegradabile diverso da tutti gli altri partiti e pronto a sparire appena avrà realizzato il nuovo. Fare i conti con la democrazia: è questa la sfida che attende il primo partito d’Italia”. Di Maio e con lui tutto il movimento sembrano propensi al confronto con tutti. Un cambiamento epocale rispetto a solo cinque anni fa. Sta nascendo un inedito bipolarismo tra movimentisti e populisti nazionalisti, uno scenario inedito anche per il Quirinale. L’inquilino del Colle è uomo saggio ed equilibrato. Il compito del Presidente della Repubblica si presenta molto complicato ed è difficile rifarsi ad episodi del passato. Forse il ’76 con DC e PCI eterni rivali costretti a stare insieme o al ’92 quando dopo Tangentopoli cadde la Prima Repubblica. Allora emerse Berlusconi, oggi i protagonisti sono almeno due. Insomma Mattarella come direbbe Churchill ha davanti un rebus travestito da enigma.

di Andrea Covotta edito dal Quotidiano del Sud

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