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Leghisti al Governo a loro insaputa

Le prese di posizione di alcuni esponenti governativi della Lega sembrano dimostrare la loro non piena consapevolezza della inammissibilità di certi comportamenti. A cominciare da quello di esercitare il potere senza sottostare alle relative limitazioni e responsabilità.  Lo hanno dimostrato, prima, le reazioni del segretario della Lega, ministro dell’Interno e vicepremier, al decreto della Cassazione per il sequestro delle quote di finanziamento pubblico indebitamente sottratte da esponenti della Lega Nord. E poi le inammissibili dichiarazioni del sottosegretario alla giustizia sulla necessità che “la magistratura si liberi delle correnti, in particolare di quelle di sinistra”.

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L’accusa rivolta da Salvini alla Cassazione di aver emesso “una sentenza politica”  appositamente perché “cercano di metterci fuori legge e non ci stanno riuscendo” è sconcertante.  Non provata. Anzi smentita dalla crudezza ed evidenza dei fatti contestati in sede giudiziaria all’ex segretario federale Bossi  e all’ex tesoriere Belsito. Ed è scandaloso sentire il ministro dell’interno – responsabile della sicurezza e delle garanzia democratiche nei confronti di tutti i cittadini italiani – tuonare contro una sentenza le cui conseguenze finanziarie si ripercuotono, sì, sul suo partito, ma non per un capriccio di qualche giudice, bensì per le  comprovate appropriazioni e truffe realizzate da suoi dirigenti! Del resto, i magistrati starebbero indagando su un centinaio (perché questo alto numero?) di conti in ben 40 istituti di credito proprio per capire i veri rapporti finanziari – finora rimasti oscuri – tra la Lega Nord di Bossi e la Lega per Salvini premier.

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Non meno inquietanti le dichiarazioni fatte dal sottosegretario leghista al Ministero di Giustizia Morrone a un corso di formazione per giovani magistrati. Esse non sono qualificabili gaffe, come invece hanno riduttivamente sentenziato alcuni quotidiani, a cominciare da “La Repubblica” (nuovo corso debenedettiano?). L’auspicio che la magistratura si liberi delle correnti, in particolare di quelle di sinistra, non è solo la dimostrazione della mancanza di cultura istituzionale. Goffamente nascosta dietro la risibile e tardiva scusa di aver parlato a titolo personale. Aggravata dalla sciatteria di non saper ben considerare la particolarità della sede prescelta. Né valutare la totale inopportunità delle sue parole. L’aspetto forse più grave è il contenuto di intolleranza delle parole del sottosegretario. Egli si è espresso chiaramente in favore di una normalizzazione “a destra” della magistratura. Auspici o indirizzi di questo genere appaiono inquietanti e inammissibili in un sistema democratico. In esso una delle principali guarentigie costituzionali è costituita proprio dall’indipendenza della magistratura.

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Le une e le altre  dimostrano per l’ennesima volta la preoccupante assenza di una cultura di governo in alcuni elementi leghisti. Evidenziano anche, al di là della loro diversità, un disegno politico che tende a mantenere alto il livello dello scontro politico nel Paese. A fomentare sempre nuovi focolai di risentimento verso gli organismi rappresentativi. Il risultato ne è la crescita dell’intolleranza a livelli insostenibili  e pericolosi per la stessa tenuta delle nostre istituzioni democratiche!

Di fronte a tutto ciò, ha brillato per assenza il premier. E si sono distinte le prese di posizione degli alleati pentastellati, che hanno oscillato tra il minimo sindacale del ministro di Giustizia Bonafede, secondo cui “le sentenze vanno rispettate”, e Di Maio, che ha preferito insistere sulla estraneità personale ai fatti di Salvini. C’è da chiedersi tuttavia,  se il M5S non abbia perso un’occasione. Per smarcarsi da una Lega sempre più estremista. E per attuare una sua definitiva ricollocazione filo – istituzionale. Per qualificarsi, insomma, come una nuova forza aggregante di sistema. Forse l’unica prospettiva per un movimento che stenta a diventare partito!

di Erio Matteo edito dal Quotidiano del Sud

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