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Il populismo segna il passo a Washington mentre continua a navigare a gonfie vele a Roma; eppure, paradossalmente, il presidente Trump, pur se ammaccato dal voto del 6 novembre, ha maggiori possibilità di continuare a dettare la sua agenda politica di quanta ne abbia il duo Salvini-Di Maio impegnati a convivere in  un condominio che comincia a stare stretto ad entrambi. Non è solo il diverso sistema istituzionale a fare la differenza, conferendo al capo della Casa Bianca un potere esecutivo senza pari; c’è anche la crescente difficoltà del governo giallo-verde a trovare compromessi che soddisfino le ambizioni contrastanti provvisoriamente conciliate nel “contratto”. La soluzione escogitata in materia di prescrizione dei reati, cavallo di battagli del Movimento Cinque Stelle che sta rispolverando l’originaria vocazione demagogica e giustizialista, è in proposito esemplare. Luigi Di Maio, in calo di sondaggi e di tenuta politica di fronte all’arrembante collega di governo e costretto a piegarsi al voto di fiducia sul decreto sicurezza, aveva urgente bisogno di sventolare una bandiera identitaria sia per recuperare la fronda che si è manifestata al Senato, che per replicare al successo della Lega. Ha puntato sul blocco della prescrizione, misura contestata non solo dall’avvocatura ma anche dalla grande maggioranza della magistratura associata, alti gradi della Cassazione compresi; ma non è riuscito ad andare oltre la promessa di dare il via libera alla riforma solo una volta modificata l’intera struttura del processo penale, fra un anno se tutto va bene.

E’ stato detto che si tratta del primo caso di una cambiale che non reca la data di scadenza, visto che nessuno può ipotecare l’andamento dei lavori parlamentari, tanto più se a metà del percorso è previsto un appuntamento elettorale importante come quello delle europee che metterà a dura prova la tenuta dell’alleanza tra i cosiddetti “sovranisti” che Salvini (ma molto meno Di Maio) vorrebbe guidare all’assalto del fortino di Bruxelles.

In questi giorni il congresso del Partito popolare europeo, che ha la maggioranza nel Parlamento uscente e probabilmente la manterrà pur se ridimensionato nella nuova assemblea, ha scelto il proprio candidato per la guida della Commissione, il tedesco Manfred Weber che proporrà un programma di destra moderata con l’obiettivo di sottrarre consensi proprio ai partiti che Salvini vorrebbe coalizzare. Sulla carta, conta già sull’appoggio degli ungheresi e degli austriaci oltre che degli italiani di Forza Italia e di altri gruppi nazionali già inglobati nel Ppe; ma quel che più conta, nel confronto a distanza tra le due sponde dell’Atlantico, è che in Europa l’ondata populista che pure sta montando, si divide in almeno due tronconi, per il momento in competizione ma potenzialmente conflittuali, mentre negli Stati Uniti la retorica trumpiana si è impossessata stabilmente del Partito repubblicano mettendo a tacere ogni voce dissenziente.

Che cosa potrà accadere qui da noi nei prossimi mesi è difficile prevedere. E’ probabile che l’avvicinarsi dell’appuntamento elettorale renda sempre più difficile la convivenza fra Lega e Cinque Stelle, pur non determinando una rottura; ma l’obiettivo del capo della Lega è esplicito: ha già detto che tutto sarebbe più facile se potesse governare da solo. Modello Trump al di qua dell’Atlantico, insomma; e Luigi Di Mio è avvertito.

di Guido Bossa edito dal Quotidiano del Sud

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