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L’inconcludente braccio di ferro tra Salvini e Di Maio, unito all’incapacità del presidente Conte di assumere su di sé la responsabilità di una scelta che coinvolge la credibilità internazionale dell’Italia oltre che il futuro industriale del Paese, sta a significare che il contratto di governo ha esaurito le sue potenzialità e di conseguenza l’alleanza giallo-verde è al capolinea. Contrariamente agli incidenti di percorso fin qui affrontati e superati (si ricordi per tutti il contrasto sulla legge di bilancio), questa volta non ci troviamo di fronte ad una disputa per la guida della coalizione, ma a due concezioni opposte della politica in relazione ai progetti di sviluppo e al “cambiamento” che era all’origine della collaborazione governativa. Una crisi sarebbe a questo punto lo sbocco naturale dell’impasse registrata giovedì notte; eppure la sensazione è che alla rottura non si arriverà subito, e non perché l’uno o l’altro dei contendenti avrà accettato la sconfitta, ma perché entrambi preferiranno rinviare la resa dei conti, non in attesa di tempi migliori ma nella convinzione di poter chiudere la partita in condizioni più favorevoli. Comunque sia, alla fine ci sarà un solo vincitore.

Una volta accertata l’incomunicabilità tra i due vicepremier, palesatasi con imbarazzo davanti al Capo dello Stato nella riunione del Consiglio supremo di Difesa, al presidente Conte resta l’ingrato compito di ottenere il rinvio di un paio di mesi di una decisione che sembra comunque scontata: il segmento italo-francese del corridoio europeo dell’Alta velocità si farà, ma non subito, perché in questo momento i grillini non possono ammainare una bandiera identitaria. Lo stesso Di Maio ha detto ieri che l’opera va ridiscussa e che una decisione definitiva ancora non c’è. Conte tenterà di prendere tempo consultando ancora una volta il governo francese e la Commissione europea; il che vuol dire che la scadenza dei bandi (lunedì) potrà essere protratta, col rischio di penali onerose, o forse aggirata inserendo una norma che consenta l’eventuale recesso; ma l’importante è che la questione non si chiuda prima delle elezioni europee di maggio. E poi? Che cosa potrà cambiare dopo il voto degli italiani? Nel merito nulla, ma si avrà più chiaro il rapporto di forza nella maggioranza, e quindi sia Salvini che Di Maio, se premiati dalle urne, potranno muoversi con maggiore determinazione. Attualmente, il capo della Lega resta legato all’alleanza con il Movimento Cinque Stelle; non può accettare l’alternativa di una maggioranza di centrodestra classico propostagli da Berlusconi con l’offerta della presidenza del Consiglio, che comunque sarebbe un passo indietro rispetto al disegno sovranista finora perseguito. Solo una netta vittoria il 26 maggio gli darebbe mano libera per tessere nuove alleanze a suo piacimento. Analogo è il discorso per Di Maio, convinto di poter recuperare alle europee almeno una parte del gap che ora lo separa dalla Lega rispolverando l’originaria vocazione estremista e protestataria del suo Movimento. Ma se l’operazione dovesse riuscire, forte sarebbe la tentazione di imporre il proprio programma all’alleato. In un modo o nell’altro, insomma, il governo sarebbe al capolinea.

Chi rischia, e non per colpa sua, di restare schiacciato in questa tenaglia è il terzo attore della politica italiana emerso dalle primarie de Pd, Nicola Zingaretti, chiamato ad una difficile verifica elettorale prima di aver avuto il tempo di modellare il “suo” partito. La politica ha ricominciato a correre.

di Guido Bossa

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