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Un nuovo sguardo sulle aree interne

L’annuncio dell’istituzione in Regione di un tavolo permanente sulle aree interne apparentemente sembrerebbe riaccendere i riflettori sulla grave crisi che vivono i territori delle aree interne. Ma come fare a meno di segnalare che tema del lento e inesorabile declino che attraversa le comunità del Sud interno é ripreso sempre e soltanto con l’approssimarsi di scadenze elettorali.

Territori fragilissimi, qualcuno li ha definiti territori “muti”, luoghi nei quali il continuo drenaggio di uomini, si veda alla voce “emigrazione”, di risorse e servizi, si legga alla voce “saccheggio”, e dello smantellamento delle residue attività produttive, si legga alla voce disoccupazione, ha generato e continua a generare “spaesamento”, impoverimento, disagio, in un’espressione assenza di futuro.

Uno smarrimento dovuto, non di meno, anche all’incapacità palesata da parte di chi vive in questi territori “muti”, disperanti, di rivendicare diritti, ma anche di esprimere bisogni.

I territori non hanno reagito, salvo in pochi sparuti casi, e la residuale capacità reattiva sembra essere destinata a esaurirsi se non interviene un processo di guida degli eventi.

La politica, intesa nella dimensione e organizzazione comunitaria, non è più alla testa, e “nella testa”, di chi vive il difficile presente nei territori marginali.

In questi critici e turbolenti anni di sottrazione di servizi, di saccheggio delle risorse, di cancellazione di un qualsiasi futuro, si è registrata, in una provincia già problematica come l’Irpinia, che ha subito un attacco concentrico, l’assenza di una risposta collettiva capace di far cambiare il corso degli eventi, con la politica a far da testimone, sostanzialmente, di una realtà che si è caratterizzata per una profonda involuzione, realtà che non è più in grado di trasformare proponendo uno sviluppo locale con una visione globale e consegnando delle risposte al generale processo di impoverimento umano e materiale.

L’Irpinia, in particolar modo, è pensata sempre di più come bacino elettorale al quale attingere, non esprimendo esponenti legati al territorio in grado di rappresentare e tutelare questo pezzo di Sud che rischia di diventare l’area di servizio per le grandi aree metropolitane.

Di converso, si aggiunga, e non secondariamente, che il ridotto peso elettorale dei territori interni contribuisce, in misura significativa, a dilatare la marginalizzazione che subiscono grazie ad un livello demografico sempre più critico.

I territori delle aree interne devono riorganizzarsi, promuovendo una classe dirigente nuova, poiché sono chiamati, e non sembra esserci altra via d’uscita, ad una sfida cruciale per la sopravvivenza, contrastando i meccanismi che li condannano, e proponendo una visione di futuro alternativa.

Insomma occorre un’inversione dei termini del ragionamento rispetto al passato, di cambiamento di impostazione culturale, dell’assunzione di un punto di vista nuovo, di una “visuale” diversa rispetto ai territori che costituiscono le zone interne.

Dopo lunghi anni, nel corso dei quali abbiamo gradualmente voltato le spalle alle nostre montagne, bisogna cominciare a “guardare” la Città, il Paese, dalla cima delle montagne. Bisogna spostare il baricentro “dall’esterno” “all’interno”, dalle inflazionate aree metropolitane ai luoghi dell’interno, sempre più a rischio “desertificazione umana”.

di Emilio De Lorenzo

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