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Alla garrula esultanza dei Cinque Stelle che vedono già un orizzonte di legislatura per il governo appena nato (ma l’avevano pronosticato anche per quello vecchio) fa riscontro la prudenza di Zingaretti, l’altro contraente dell’accordo politico. “Patto temporaneo o alleanza stabile? Credo che, in partenza, siano aperte entrambe le strade”, è la sintesi che la redazione di Repubblica fa dell’intervista rilasciata dal segretario del Pd al giornale diretto da Carlo Verdelli. Prudente realismo, dunque: i presupposti del successo e quindi della durata stanno nello stile collaborativo da instaurare ai piani alti dell’esecutivo e nell’attuazione di un programma che sia veramente condiviso, senza tentazioni di prevaricazione. La scommessa è tutta qui; l’incognita invece consiste nella pesante zavorra di diffidenza, contrasti e polemiche che i due partiti si portano dietro e di cui dovrebbero in fretta liberarsi. Non va dimenticato, infatti che il Movimento grillino è nato proprio in contrapposizione al Pd, di cui ha lungamente auspicato l’estinzione, anche se ultimamente Beppe Grillo ha confusamente (com’è nella sua cifra) evocato un futuro nel quale i due irriducibili contendenti sarebbero destinati a fondersi in un magma genericamente progressista, ambientalista, digitale, egualitario: una prospettiva che certamente non interessa ai democratici e che forse lascia perplessi anche molti grillini.

Ciò detto, è vero che nei momenti cruciali del percorso di soluzione della crisi di governo la presa del comico genovese sul suo movimento si è fatta sentire in modo determinante, in particolare quando si è trattato di convincere il “capo politico” Luigi Di Maio ad accettare l’alleanza proposta da Zingaretti rinunciando ad una posizione di predominio nella coalizione consacrata dalla nomina a unico vice presidente del Consiglio. Si è così aperta la strada verso la soluzione che lunedì verrà presentata al Parlamento per il voto di fiducia: certamente la migliore possibile, eppure non priva di rischi. Intanto per via della distribuzione dei ministeri, con i grillini che hanno mantenuto il controllo della spesa (Lavoro e Sviluppo) dove Di Maio ha piazzato due suoi fedelissimi, mentre a Pd sono andati l’Economia e il rapporto con l’Europa (oltre al Commissario italiano a Bruxelles): una partizione che rischia di perpetuare una dicotomia foriera di tensioni e scavalcamenti, della quale potrebbe rimanere vittima proprio il Partito democratico, cui compete la responsabilità della tenuta dei conti, soprattutto se il presidente del Consiglio non si rivelasse in grado di arginare i pentastellati. Zingaretti ha messo le mani avanti dicendo che “non si può governare da nemici” e che “il rispetto reciproco deve essere una bussola costante dell’azione di governo”. Parole di buon senso, che tuttavia chiamano in causa soprattutto la responsabilità dei Cinque Stelle che quanto a eccessi verbali non sono secondi a nessuno. Per quel che vale, un anticipo del clima che potrebbe instaurarsi nella coalizione lo ha fornito Marco Travaglio, sponsor dell’accordo, quando elencando i motivi a favore, scriveva: “Un Pd così sbiadito e diviso, senza leader né slogan forti, è un alleato meno insidioso e concorrenziale del monolite Salvini”. Del resto, differenze non da poco sono emerse nella definizione che del Conte bis danno i soci fondatori: un governo “di svolta” per Zingaretti; “nel segno della novità” per Conte; “di continuità” per Di Maio. L’avvertimento è chiaro: se nel corso del tempo prevalesse l’impostazione dei Cinque stelle, il Pd sarebbe risucchiato in un’avventura populista senza sbocco.

di Guido Bossa

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