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Cosa c’è oltre l’antisalvinismo?

Combattuto fra gestione dell’ordinaria amministrazione e inseguimento di ambiziosi progetti riformisti, il governo Conte 2 sta cercando la sua strada dopo la scontata duplice fiducia delle Camere. Anche se nei suoi interventi parlamentari il presidente del Consiglio ha indugiato molto nella polemica col suo ex ministro dell’Interno, è chiaro che di per sé l’antisalvinismo non può essere la cifra politica di queste nuova fase, che al contrario dovrebbe porsi come obiettivo dare una risposta credibile all’insoddisfazione popolare che ha gonfiato le vele della demagogia sovranista. Non sarà facile, perché se da una parte è ancora recente il ricordo delle roventi polemiche fra democratici e grillini, anche il rapido passaggio di questi ultimi dall’alleanza con la destra a quella con la sinistra non può che lasciare un sedimento di insoddisfazione e smarrimento nella base.

Al di là dei buoni propositi manifestati più da Zingaretti che da Di Maio, si avverte già un diverso approccio alla collaborazione di governo fra i due maggiori partiti della coalizione. Il Partito democratico si muove ancora nell’ottica della “vocazione maggioritaria” che l’ha visto nascere, e che ora tenta di declinare reinterpretando il concetto di egemonia, più adatto al sistema proporzionale che si vorrebbe restaurare. Quando Dario Franceschini, longa manus di Zingaretti a palazzo Chigi, dice che “questo esecutivo può essere un laboratorio, l’incubatore di un nuovo progetto” e che il suo partito ne sarà protagonista rafforzando la sua identità, tenta di trasformare l’occasionale alleanza nata per emarginare Salvini in un disegno politico di lunga durata destinato a riprodursi nelle Regioni e nei Comuni maggiori, non solo per sconfiggere l’avversario là dove si è principalmente irrobustito nei mesi di governo con i Cinque stelle, ma anche e soprattutto per dare una base popolare ad un piano di riforme ambizioso e di lungo periodo che coincida con la durata della legislatura, in ciò in sintonia con i propositi del presidente del Consiglio, che alle Camere ha parlato di una “nuova stagione riformatrice”.

Diversa da quella di Franceschini è l’ottica con la quale i Cinque Stelle sono entrati nella nuova fase politica. Anche se l’accordo di governo non è più sostenuto da un “contratto” nel quale ogni contraente perseguiva il proprio interesse e tentava di massimizzarne il profitto, i grillini sono restii ad accettare una vera alleanza politica, che per loro equivarrebbe a rinunciare alla propria identità originaria e alla propria storia: trasformarsi da movimento a partito politico vero e proprio. In realtà sono a metà del guado in un percorso che prima o poi dovrà completarsi. All’offerta di alleanze elettorali nelle regioni hanno risposto, per il momento, negativamente, ma stanno trattando con Zingaretti per entrare nella giunta del Lazio; nella laboriosa spartizione dei posti di sottogoverno si sono comportati come i partiti tradizionali, privilegiando logiche correntizie ben conosciute; sul tema della democrazia diretta e dell’antiparlamentarismo stanno scendendo a patti.

Dove però i Cinque Stelle o meglio Luigi Di Maio non sembrano disposti a cedere è sul loro ruolo nel governo. Di Maio non si è rassegnato alla perdita della vice presidenza del Consiglio che gli aveva consentito in condominio con Salvini, di condizionare l’intera attività dell’esecutivo, anzi pretendendola solo per sé aveva pensato di aumentare il suo potere. Non essendoci riuscito, sta cercando di trasformare la Farnesina in centro di controllo dell’attività governativa. Si fa forte dei numeri della sua rappresentanza parlamentare, ma dovrà vedersela con la sperimentata capacità manovriera del Pd. E prima o poi si troverà in conflitto con Giuseppe Conte, questa volta ben deciso a far valere il suo ruolo di primus inter pares.”

di Guido Bossa

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