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Si fa presto a dire riforme. Ormai da molti anni, da quando i partiti si sono personalizzati e la comunicazione/propaganda è diventata l’unica strategia della loro agenda politica, ogni, anche se piccola modifica di una legge, viene pomposamente presentata come una riforma che produrrà un cambiamento sostanziale. Quasi sempre, invece, le cosiddette riforme non cambiano un bel niente; vengono fatte frettolosamente, in modo estemporaneo, con poca competenza, per populismo e demagogia; e, per giunta, sono scritte anche peggio. A volte le norme approvate sono dei veri e propri proclami che risultano, però, ininfluenti a cambiare lo stato delle cose che si vogliono cambiare. Le ultime, quelle targate 5stelle, avrebbero dovuto portare un cambiamento radicale, “rivoltare il parlamento come un calzino” e dare all’Italia una svolta epocale. La riduzione del numero dei parlamentari, che pur sempre è una mezza riforma e che per Di Maio ha segnato “una giornata storica”, se non si modificheranno le norme sul funzionamento del Parlamento, sui suoi regolamenti e non si farà una buona legge elettorale, rimarrà sempre una mezza riforma. Così è avvenuto per il reddito di cittadinanza che avrebbe dovuto “sconfiggere la povertà” e che si vuole aggiornare già da subito con la prossima legge d bilancio o con il decreto “dignità” che avrebbe dovuto sancire “la Waterloo del precariato” e ridare ai lavoratori la dignità perduta, che non hanno prodotto gli effetti desiderati. Così sarà anche per la “riforma” della giustizi del ministro Bonafede per il disaccordo degli stessi alleati e per la contrarietà di molti di quelli che contano, che non vogliono perdere le loro prerogative. E in Italia – perché votano- non cambia quasi nulla per non perdere voti da coloro che dovrebbero posporre il loro interesse particolare a quello generale del Paese Perciò le riforme sono fasulle se non cambia il metodo e la volontà di scegliere perseguendo l’interesse generale anche quando si va contro alcune categorie di privilegiati o di gruppi di potere.

Il termine “riforma”, secondo il dizionario Treccani, ha il significato di “modificazione sostanziale di una istituzione, un ordinamento che incide in profondità sulla situazione socio-economica”. Quasi una rivoluzione pacifica. Invece di vere riforme –che dovrebbero davvero cambiare il volto dell’Italia ed equiparala alle nazioni europee più evolute se ne fanno poche, o meglio, quasi nessuna. In questi ultimi sulle pensioni sono state fatte numerose “riforme” che, invece, sono solo degli aggiustamenti, anche demagogici, perché l’ultima vera riforma fu quella del Governo Dini del 1995 che cambiò il sistema previdenziale passando dal calcolo retributivo delle pensioni a quello contributivo.

Si parla da anni di riforma sulla giustizia ben sapendo che sostanzialmente il sistema processuale non viene modificato perché nessun partito vuole abolire gli interessi degli avvocati. Un solo esempio per chiarire il concetto. Se i tempi dei processi –soprattutto quelli civili- sono lunghissimi, ci sarebbe il modo per diminuirli drasticamente. Basterebbe che l’attore presentasse direttamente al giudice di turno la pretesa, corredandola di tutta la documentazione che ritiene necessaria a dimostrare il suo diritto leso, compresa la perizia tecnica sull’entità del danno. Il chiamato in causa, dovrebbe, a sua volta presentare tutte le sue controdeduzioni prima dell’udienza già fissata dal giudice che riceve la documentazione. La causa si dovrebbe decidere in un’unica udienza – salvo un breve pausa per un eventuale perizia disposta d’ufficio. Non si dovrebbe poter presentare altra documentazione e la causa dovrebbe essere decisa anche senza la presenza di una parte se non dovesse essere presente il suo avvocato o il suo sostituto. E’ l’uovo di Colombo!  Ma non se ne fa nulla perché in Italia gli avvocati sono un esercito: circa 250.000, uno ogni quattro abitanti. La sola città di Roma ne ha quanti tutta la Francia. E tutti … votano e sono potenti!

di Nino Lanzetta

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