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Nonostante gli encomiabili tentativi del presidente Conte di caratterizzare in positivo l’iniziativa del suo secondo governo rispetto all’esperienza precedente, la continuità sembra il tratto predominante di questa prima fase della XVIII legislatura, e ciò a dispetto del cambio di maggioranza e dell’avvicendamento di alcuni ministri. Continuità a volte tragica, come testimoniano in modo agghiacciante le immagini dei naufraghi riprese sui fondali del Mediterraneo, frutto della perdurante inconsistenza di una politica che di fronte al fenomeno migratorio non riesce a svincolarsi dall’eredità salviniana; ma continuità anche grottesca, come nel caso dell’approvazione “salvo intese” del disegno di legge di bilancio e del decreto fiscale che lo accompagna. La formula “salvo intese” dice apertamente che i due provvedimenti non hanno ottenuto l’assenso dei partiti e dei ministri che li rappresentano a palazzo Chigi, e le cronache parlano di defatiganti riunioni notturne e di concitate consultazioni via whatsapp fra chi stava dentro la sala e poteva decidere e chi da fuori poteva esercitare un potere di veto.

Nulla, insomma, sembra cambiato nella delicata materia dei conti dello Stato, e ciò fondamentalmente perché non è cambiata la situazione, che vede un Paese in stagnazione se non in recessione, e che continua a rinviare di anno in anno le decisioni coraggiose che potrebbero invertire una tendenza negativa. Quel “salvo intese”, inizialmente meno enfatizzato dai giornali rispetto al passato, e inutilmente mascherato da interviste a pioggia di Giuseppe Conte, nasconde in realtà dissensi profondi e svela il tentativo, che è soprattutto dei Cinque Stelle e dei renziani, di appropriarsi delle leve di comando del governo, quasi che la parabola dell’attuale guidatore sia prossima alla conclusione. E’ facile dunque prevedere che dalla sede del governo il dissenso si trasferirà nelle aule parlamentari, come del resto hanno già annunciato i due partiti che più degli altri soffrono il protagonismo di Conte e tentano di metterlo in un angolo.

Con l’occasione, i Cinque Stelle hanno rispolverato la loro anima populista e demagogica, e quindi sulla annosa questione di una fiscalità più equa hanno ammiccato all’evasione quotidiana di commercianti, partite Iva e artigiani, minacciando invece sfracelli contro i grandi evasori, già oggi penalmente perseguibili, ma comunque difficilmente sanzionabili in tribunale. A meno di non voler far precedere la confisca dei beni e l’arresto ad una sentenza passata in giudicato.

Insomma, Luigi Di Maio non accetta che la manovra economica per il 2020 sia stata licenziata dal governo in sua assenza (era a Washington con il presidente Mattarella), e interpreta quel “salvo intese” come la possibilità di riprendere da capo il lavoro di Conte e Gualtieri; Matteo Renzi non è da meno, e dalla tribuna della Leopolda manderà un severo avvertimento al governo: è consapevole della esiguità dei suoi numeri parlamentari, che peraltro potrebbero presto crescere e che comunque sono già indispensabili per garantire la fiducia.

Nessuno dei due punta alla caduta del governo, per il momento, ma entrambi pensano di potere, magari insieme, rompere una continuità che sa di stagnazione.

 

di Guido Bossa

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