Il fiato ha cessato di far suonare le trombe. Saranno le urne elettorali a dare i voti a conclusione di una campagna elettorale tra le peggiori degli ultimi decenni. Il tono dei candidati sindaci è stato privo di novità. L’elenco del passato si è scontrato con l’assoluta latitanza di progetti per il futuro. Si è giunti alla indicazione dei candidati con eccessivo ritardo e dopo scontri interni alle stesse coalizioni. Era così chiaro che l’improvvisazione fosse dietro l’angolo.
E così è stato. La città futura è scomparsa dagli schemi. L’etica è andata a farsi benedire. Affrontare il tema della legalità si è dimostrato essere un terreno più che scivoloso in una città che si è resa prigioniera di un gruppo di malfattori in odore di camorra. Battaglia persa in anticipo, visto che il seme del malaffare era già cresciuto in ambienti istituzionali. Ha vinto il silenzio, anche di coloro che, potendo cambiare, hanno poi deciso di volgere lo sguardo dall’altra parte.
Ancora una volta i poteri forti, nascosti nell’ombra, decideranno del futuro della città, e niente di nuovo i cittadini vedranno sotto il cielo. Anzi. Continueranno a vedere una comunità appesantita dalle colate di cemento che cancelleranno quel verde che era il suo orgoglio. I comitati di affari avranno la meglio con la loro voracità di introitare risorse. Camorra permettendo.
Finisce in archivio una campagna elettorale spettacolare e da terzo mondo che ha esibito personaggi eccellenti e meno eccellenti, ignari della realtà, con il mordi e fuggi, giusto il tempo necessario, pari ai due minuti degli spot televisivi, per propagandare il loro prodotto che stavolta era solo un nome. Brevi incontri, strette di mano, palco usato per discutere di temi nazionali ignorando quelli locali. Tutto nella cornice di una prova muscolare misurata con l’affollamento o meno dei luoghi dei comizi. E Avellino, i suoi problemi, le sue aspettative, la morte della politica e i partiti ridotti a clan? Perché parlarne proprio ora?
Alla fine i tre candidati in cerca dello scranno, una volta più autorevole della città e della provincia, si rifugiano nella facciata della Dogana, in quella opera avellinese doc, simbolo di un tempo, per attribuirsi meriti che non hanno, usando il metodo della medaglia da appendersi sul petto, ma con riflessi che fanno arrossire di vergogna. Come il caso Stazione di Avellino, insegna logorata dall’immobilismo, muta da anni nonostante le generose battaglie di Pietro Mitrione, il ferroviere dal cuore nobile, pellegrino sui binari che conducono a Roma e che oggi diventa un treno virtuale sponsorizzato da colori che neanche sanno di cosa parlano. E, non ultimo, l’ex cinema Eliseo, tradimento di un disegno culturale che ha lasciato spazio a scritte oscene sotto l’immagine del grande Ettore Scola.
Già, dove è finita la città futura? Quella che gli onesti vorrebbero? Nel tambureggiare è scomparsa. Perché c’è stato solo il tempo del deserto che avanzava. Che avremmo immaginato leggerla nelle facce di chi, tra i candidati, avrebbe dovuto dare una dimostrazione di coraggio nel presentare alla città la sua giunta prima del voto, valorizzando le competenze di tanti giovani pronti a dare il loro contributo per una città che vuole cambiare.
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Gianni Festa
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