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Mentre in Italia la Giunta per le autorizzazioni a procedere del Senato litiga per stabilire la data del voto in ordine alla richiesta di autorizzazione a procedere contro l’ex Ministro dell’Interno Salvini per il reato di sequestro di persona nei confronti dei 131 profughi illecitamente trattenuti a bordo della nave Gregoretti, negli Stati Uniti, proprio ieri, la Camera dei rappresentanti ha trasmesso al Senato, l’atto di accusa per l’impeachment del Presidente Trump, deliberato il 18 dicembre scorso, nel quale sono contestati due fatti-reato: abuso di potere ed intralcio alle indagini delle Commissioni parlamentari. Si parva licet componere magnis, il procedimento contro Salvini e quello contro Trump traggono origine dalla stessa fonte: il delirio di onnipotenza di una politica che si ribella al diritto.
Il delirio di onnipotenza è la tentazione principale dei leaders politici che, a seconda dei contesti storici nei quali si sviluppa può portare a sviluppi esiziali nella vita dei popoli, come ci insegnano le esperienze dei fascismi e delle dittature del secolo scorso.
L’antitesi al delirio di onnipotenza è rappresentata dal diritto: le Costituzioni, le Carte dei diritti, le Convenzioni internazionali, le istituzioni di garanzia, sono i lacci ed i lacciuoli che l’umanità nel suo percorso di civilizzazione ha creato per domare l’esercizio dei poteri (politici, militari ed economici) e renderli conformi a degli standard comunemente accettati; in altre parole per scongiurarne l’onnipotenza.
Abbiamo messo in evidenza più volte il disprezzo per le regole e per i diritti dell’uomo espressi dal Ministro Salvini con pensieri, parole ed opere. Le due richieste di autorizzazione a procedere del Tribunale dei Ministri di Catania mettono bene in evidenza gli abusi di potere compiuti da Salvini venendo meno a precisi doveri giuridici sanciti dalle leggi, dalla Costituzione e dalle Convenzioni internazionali sul diritto del mare. Tuttavia, a confronto di Trump, che ha ordinato l’assassinio di Soleimani giocando a golf, Salvini rimane un nano.
Ha osservato Elisabetta Grande su Questione Giustizia (Trump e la sfida al diritto):
“Che il Presidente Donald Trump sia allergico alle regole, anche giuridiche, e disprezzi apertamente ogni diritto o organo giudiziario, tanto nazionale che internazionale, che limiti il suo potere, è da tempo un dato di fatto. Sul piano internazionale Trump si è, per esempio, ritirato dall’Unesco e dal Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite, ha rifiutato di comparire di fronte alla Corte Interamericana dei diritti umani, ha attaccato l’estensore del rapporto delle Nazioni Unite sulla devastante povertà negli Stati Uniti, ha minacciato di persecuzione penale i giudici della Corte Penale Internazionale se avessero osato effettuare indagini che riguardavano le responsabilità statunitensi per i crimini di guerra commessi in Afghanistan e, da ultimo, ha bloccato il funzionamento del Wto non nominando i giudici necessari a raggiungere il numero minimo nel giudizio di appello, prima che pesanti sanzioni potessero essere disposte a danno degli Stati Uniti a controbilanciare quelle irrogate contro l’Europa per la sovvenzione degli Airbus.” L’elenco non finisce qui, basti pensare al ritiro degli Stati Uniti dall’accordo sul clima di Parigi e al già ricordato agguato omicida del 3 gennaio a Bagdad. Poi ci sono gli abusi più addentro al sistema politico americano che hanno portato al suo impeachment.
Tutti i commentatori ci hanno avvisato che la procedura di impeachment quasi certamente non avrà alcuno sbocco, dato il carattere politico del giudice (il Senato americano) dove il Presidente controlla la maggioranza, così come la prima procedura a carico di Salvini, si arenò dinanzi ad un Senato “benevolo”. Però si tratta di occasioni che non devono andare perdute per denunziare di fronte al Tribunale dell’opinione pubblica l’estrema pericolosità di una politica che perseguendo il mito dell’onnipotenza punta a riportare indietro l’orologio della Storia. Ci ritorna in mente il grido lanciato da Dolores Ibarruri il 19 luglio 1936: no pasaran!

di Domenico Gallo

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