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Col fiato sospeso in attesa del voto

L’esplosione della crisi del Movimento 5 Stelle con le dimissioni di Luigi Di Maio dal ruolo di capo politico e la sua rimozione da quello di capo della delegazione ministeriale al governo, alla vigilia del voto regionale in Emilia Romagna, ha caricato questo appuntamento che in tempi normali sarebbe quasi di ordinaria amministrazione, di un significato cruciale per l’esecutivo e per la legislatura. Anche se quasi tutti – ma non la destra che fiuta vento di vittoria – si affannano a negare che il risultato elettorale possa avere ripercussioni sugli equilibri politici nazionali, è palese che il valore della posta in gioco sia cresciuto a dismisura man mano che la fatidica data del 26 gennaio si avvicinava. Lo stesso premier Conte, cancellando in extremis la prevista partecipazione al forum internazionale di Davos, ha contribuito a drammatizzare l’attesa del responso delle urne. Invece di andare in Svizzera, dove avrebbe beneficiato di una tribuna internazionale di grande prestigio, si è chiuso nel fortino di palazzo Chigi e ha varato in extremis una misura – il taglio del cuneo fiscale che però partirà da luglio ed è finanziato fino a dicembre, poi si vedrà – che sa molto di promessa elettorale; così come è solo poco più che propaganda la riunione notturna sul caso ex Ilva di Taranto, mentre il rinvio delle pratiche relative alla prescrizione e alla concessione di Autostrade la dice lunga sull’incertezza nella quale ancora si dibatte la coalizione giallo-rossa.

Non potrebbe andare diversamente in un paese come il nostro, che stenta a recuperare una normalità di rapporti politici, affannandosi in duelli all’ultimo sangue anche quando l’oggetto della contesa sarebbe tutto sommato limitato. Molti fattori contribuiscono ad aspettare il voto col fiato sospeso, perché sono più d’uno i nodi politici da sciogliere in un inizio d’anno che doveva vedere il rilancio dell’azione del governo forte di un rinnovato accordo programmatico. La crisi dei Cinque Stelle coincide con la nascita e la rapida espansione del fenomeno delle sardine e con l’esasperazione della sfida di Salvini a Conte e a tutto l’establishment nazionale identificato con il Partito democratico; tre soggetti politici – grillini, Lega e Pd – in grado di destabilizzare definitivamente un equilibrio già precario, ma a loro volta messi in discussione dal possibile esito della partita elettorale. Gli scenari sono tutti aperti: se Stefano Bonaccini sarà confermato alla guida della sua regione, il governo tirerà un sospiro di sollievo, ma si può immaginare che a quel punto il Pd, forte del successo nella regione rossa, approfitti della debolezza del principale alleato per imprimere una svolta “di sinistra” al programma; mentre, in caso di sconfitta del centrosinistra sarà Zingaretti a dover trarne le conseguenze, dimettendosi. Di converso, il frutto prevedibile di un insuccesso della coalizione di destra sarà l’indebolimento della leadership di Matteo Salvini a vantaggio di Giorgia Meloni, mentre è ragionevole ipotizzare un declino inarrestabile di Silvio Berlusconi, con un riassestamento radicale di quell’area politica. Quanto ai Cinque Stelle, lungi dall’essere, come voleva il loro capo dimissionario, l’ago della bilancia di ogni combinazione politica, ne sono diventati il malato quasi terminale, con un gruppo parlamentare allo sbando, numericamente consistente ma ingovernabile. Infine le sardine che, grazie al crescente successo raccolto nelle piazze, hanno proclamato la loro vittoria a prescindere dall’esito del voto. A metà marzo terranno a Scampia quello che non vogliono chiamare congresso ma che servirà comunque a disegnare il loro futuro come soggetto politico nazionale con il quale anche la sinistra dovrà misurarsi.

di Guido Bossa

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