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Occorre benzina per la “fase tre”

Annunciata come un ambizioso “patto per la rinascita”, la terza fase del governo Conte potrebbe presto ridursi alle dimensioni di una nuova, prestigiosa ma inconcludente task force destinata, forse, solo a comprare il tempo necessario per sciogliere alcuni nodi che impediscono all’esecutivo di marciare col passo spedito che la situazione richiederebbe. Chi ha seguito le cronache degli ultimi giorni può essere rimasto frastornato dalle notizie provenienti da Bruxelles e Francoforte: un significativo incremento del bilancio dell’Unione per finanziare la ripresa produttiva e superare la stagnazione prevista come conseguenza del prolungato lockdown, emissione di titoli di debito europei, primo passo nella direzione di un’Unione federale; dotazione di ulteriori 600 miliardi per alimentare il “bazooka” della Banca centrale garantendo fino a tutto il 2021 l’acquisto di debito degli Stati, che vuol dire, per noi, riduzione decisa degli spread. Insomma, un armamentario imponente, che però è in buona parte condizionato dai tempi di attuazione. La trattativa per l’attivazione del programma “Next Generation Ue” deve ancora iniziare e procederà a fatica, tra i prevedibili ostacoli che i cosiddetti Stati “frugali” stanno seminando sul suo cammino: in ogni caso i primi interventi non potranno arrivare a destinazione prima della fine dell’anno e la richiesta di “anticipazioni” avanzata da Conte resta al momento inevasa. Gli acquisti di titoli da parte della Bce sono già in corso, ma non incidono direttamente sull’economia reale, pur liberando risorse che altrimenti dovrebbero essere impiegate per il servizio del debito. Il problema più immediato, e non risolto, è dunque quello della cassa, della liquidità necessaria per sopravvivere di qui alla fine dell’anno. Si parla di un ulteriore scostamento di bilancio, cioè di un aumento del deficit di almeno 30 miliardi, da aggiungere agli 80 già approvati dal Parlamento; ma le opposizioni – soprattutto Lega e Fratelli d’Italia – dicono che questa volta il loro assenso non sarà indolore, il che comporterà problemi di equilibrio politico soprattutto al Senato. In queste condizioni, gli “Stati generali” annunciati da Giuseppe Conte come la sede in cui chiamare a raccolta le menti migliori del Paese senza guardare alle casacche politiche o ideologiche, partono in salita e rischiano di essere declassati ad una catena di videoconferenze, utili comunque ai fini del controllo del fattore tempo, che si rivela sempre più cruciale. Si tratta di far coincidere l’avvio effettivo della “fase tre”, quella della ricostruzione, con la disponibilità del carburante da immettere nell’economia. I nodi verranno al pettine alla fine del mese, quando il Parlamento sarà chiamato a votare di nuovo sul bilancio ma anche sull’adesione al piano europeo di aiuti, che comprende anche la quota del Fondo salva Stati già disponibile per l’Italia: 36 miliardi in rate mensili, che servirebbero a colmare il divario esistente da qui alla fine dell’anno, quando sarà pronto il salvagente di Bruxelles. Ieri Zingaretti ha rotto gli indugi con un articolo sul “Sole 24 Ore” che più esplicito non potrebbe essere: l’adesione al Mes sarebbe praticamente a costo zero, mentre l’emissione di altro debito richiederebbe, questa sì, pesanti condizionamenti. Si tratta dunque, per Conte, di superare la contrarietà dei Cinque Stelle, dovuta ad un residuo pregiudizio antieuropeo ancora presente in quel partito. E si intravede già un terreno di scambio: la revoca delle concessioni autostradali ad Atlantia, cavallo di battaglia dei grillini, contro un implicito via libera al Mes.

di Guido Bossa   

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