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L’Italia si riconosca nei suoi Appennini

La direzione di marcia é stata indicata dalla stessa Unione Europea, che ha invitato l’Italia a puntare sul Mezzogiorno per ricomporre gli squilibri territoriali e la frattura tra Nord e Sud del Paese. La geografia, e non solo, é lí a ricordarcelo: l’Italia é un Paese lungo. L’Appennino, con la sua catena montuosa lunga 1300 chilometri, che va dai monti Iblei, in Sicilia, e arriva fino alle Langhe, in Piemonte, é la spina dorsale di un Paese “de-caduto”. Il crescente divario tra Nord e Sud ha avuto l’effetto divaricante di allungare ulteriormente le distanze di quelle che sono due aree storicamente antitetiche, polarizzate, di una nazione profondamente lacerata. A tenerlo legato questo Paese divaricato, che si sviluppa in lunghezza, é rimasta soltanto la sua catena montuosa che si distende, percorrendo tutta l’Italia, in verticale. Un Paese, l’Italia, che contrariamente alla percezione tradizionale, che vede una divisione tra un Nord, un Centro e un Sud, é tagliato in senso longitudinale dagli Appennini. Questo sguardo, che “taglia” diversamente la realtá del Paese, fa scorgere una “verticalitá”, con un’Italia tirrenica, un’Italia adriatica, e “in mezzo” un’italia appenninica. Una prospettiva nuova che ci fa leggere l’Appennino come linea mediana. Cosí in un Paese lungo e distante, tra la sua parte “alta” e la sua parte bassa”, ci voleva una catena per tenerlo insieme. Una catena di monti che non limita, ma apre l’orizzonte, che non costringe a guardare in una sola direzione, ma allarga lo sguardo. Con la sua identitá plurale, la sua civiltá, la “Civiltá Appennino”, per stare a Raffaele Nigro e Giuseppe Lupo. Con le sue “storie”, con i borghi solitari che si aggrappano alla collina, o girano attorno ad una cattedrale, ad una rocca, ad un donjon, la dorsale appenninica si candida, nonostante la decadenza demografica, lo smottamento del suo territorio, a tenere in piedi una nazione barcollante, che ha perso l’orientamento, e che a volte siamo costretti a vedere prostrata, in ginocchio. I territori dell’Appennino sono “quelle terre che possono aiutare i figli di una società metropolitana sconquassata a ritrovare la pace con se stessi e il senso perduto della vita”. Territori, questi, a cui spesso si associa la denominazione di aree interne. Un’espressione geografica anonima, che dice tutto e non racconta niente. Territori percepiti come marginali, ma che rappresentano una parte ampia del Paese, assai diversificata, e un paesaggio irripetibile, dove ancora esiste uno spazio e un tempo per la contemplazione, dove la “metafisica” ha trovato il suo luogo d’elezione. Attraverso i corrugamenti delle sue montagne, le tracce lasciate dal tempo, il lirismo del paesaggio, l’Appennino racconta un’epica che resiste, anche se non risparmiata dai segni pervasivi della modernizzazione. Riavviare una connessione, nel frattempo interrotta, con la cultura “inclusiva” dell’Appennino, puó rivelarsi un tentativo significativo per guardare da una prospettiva diversa ad un’Italia “in verticale”, e non piú in orizzontale. Con uno sguardo obliquo. In attesa della riproposizione di una riflessione aggiornata, invocata da tanti ma sollecitata da pochi, che ricollochi al suo posto la centralitá strategica del Mezzogiorno, con i mutevoli cambiamenti che oggi interrogano Europa e Mediterraneo, c’é una via d’uscita che va al di lá degli steccati divisivi di un Paese contrapposto, e che puó trovare nella sua spina dorsale il suo ri-congiungimento, la coesione necessaria per rialzarsi. Se da un versante, per un Paese circondato dal mare non dovrebbe essere difficile ritrovare la rotta della propria storia, cercando una possibile chiave di lettura del presente tra le pieghe del passato; dall’altro, non si dovrebbe perseverare nell’errore epocale di voltare le spalle alle nostre montagne. L’Appennino é una terra di mezzo, in questa caratterizzazione orografica, che diventa categoria interpretativa, é da ricercare una funzione unificante. Serve aprire un dibattito che da qui in avanti deve disegnare un nuovo sguardo, di un’Italia che riconosca e si riconosca nei suoi Appennini, e non volti loro le spalle.

di Emilio De Lorenzo

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