di Rosa Bianco
Nel cuore della Summer School “Carlo Gesualdo”, la Carta poetica del Sud si è imposta come il luogo in cui la tradizione letteraria meridionale non viene semplicemente convocata, ma rimessa in movimento: una geografia di voci che non si limita a testimoniare il passato, bensì interroga il presente, lo attraversa, lo costringe a riconoscere la propria radice inquieta. La seconda sessione, articolata nelle due parti che hanno occupato l’intera giornata, ha mostrato con limpida evidenza come il Sud non sia un tema, ma un metodo: una postura critica, un modo di guardare il mondo attraverso la vibrazione delle sue contraddizioni, dei suoi ritorni, delle sue ferite ancora aperte.
A introdurre la prima parte è stato Simone Giorgino, che ha delineato il quadro entro cui leggere gli interventi: la necessità di comprendere la poesia meridionale non come un’appendice della tradizione nazionale, ma come una sua linea di forza, un asse che attraversa il Novecento e ne modifica la fisionomia. Da qui si è levata la voce di Antonio Lucio Giannone, che ha ricostruito la linea meridionale della poesia italiana del Novecento come un movimento carsico, capace di emergere nei momenti decisivi della storia letteraria. Giannone ha mostrato come questa linea non sia un repertorio di temi, ma un gesto: la volontà di trasformare la marginalità in sguardo, la periferia in luogo di rivelazione. La sua lettura ha restituito al Sud la dignità di un laboratorio critico, dove la parola poetica diventa strumento di conoscenza e di resistenza.
Su questa scia si è inserito l’intervento di Giovanni Genna, dedicato alla poesia di Michele Pierri, evocata attraverso la frase «Lo sai, ti ho sempre amato con parole diverse». Genna ha colto nella scrittura di Pierri la tensione tra confessione e metamorfosi, tra l’adesione al reale e la sua continua trasfigurazione. La poesia, in Pierri, non è mai un rifugio: è un luogo di esposizione, un modo di attraversare la fragilità senza arretrare. Genna ha mostrato come Pierri appartenga a quella costellazione di autori che hanno fatto del Sud un territorio dell’anima, un luogo dove la parola non consola ma rivela.
Il discorso si è poi spostato sulla narrativa con Paolino Nappi, che ha indagato il romanzo giovanile di Vittorio Bodini, Avere vent’anni a Lecce, mettendo in luce la sua natura bifronte: da un lato la tensione verso la modernità, dall’altro la persistenza di un immaginario meridionale che non smette di interrogare la realtà. Nappi ha mostrato come Bodini, oscillando tra narrativa e cinema, costruisca un Sud che non è mai pittoresco, ma problematico, inquieto, attraversato da una fame di futuro che non trova appagamento. Il suo intervento ha restituito la complessità di un autore che ha saputo trasformare la giovinezza in un prisma critico, capace di illuminare le contraddizioni di un’intera generazione.
A chiudere la prima parte è stata Annalisa Giulietti, con un’indagine sulla poesia di Rocco Scotellaro, evocata attraverso il verso «dove ha sempre battuto il cuore». Giulietti ha mostrato come Scotellaro sia il punto in cui la poesia meridionale incontra la storia, la politica, la vita quotidiana. La sua voce, radicata nella terra e insieme protesa verso l’universale, restituisce al Sud la sua dimensione etica: un luogo dove la parola non descrive, ma prende posizione. L’intervento ha evidenziato come Scotellaro continui a parlare al presente, ricordando che la poesia non è mai un esercizio solitario, ma un gesto comunitario.
La seconda parte, introdotta e coordinata da Antonio Lucio Giannone, ha ampliato ulteriormente il campo, mostrando come la Carta poetica del Sud sia un organismo vivo, capace di accogliere voci diverse e di farle dialogare. Giuseppe Andrea Liberti ha aperto la sessione con un intervento dedicato all’opera flegrea di Michele Sovente, Gli spettri della terra. Liberti ha colto nella scrittura di Sovente la capacità di trasformare il paesaggio in un luogo metafisico, dove la terra non è solo materia, ma memoria, fantasma, risonanza. La poesia diventa così un atto di scavo, un modo di riportare alla luce ciò che la storia ha sepolto.
Con Salvatore Ritrovato, il discorso si è spostato sul Gargano e sugli scrittori del ritorno: una categoria che non indica un movimento, ma una condizione. Ritrovato ha mostrato come il ritorno non sia nostalgia, ma consapevolezza: la capacità di guardare la propria terra con occhi nuovi, di trasformare la distanza in strumento critico. Il Gargano diventa così un luogo letterario, una soglia dove la memoria incontra la scrittura e la scrittura restituisce alla memoria la sua complessità.
Infine Alessio Paiano ha indagato le interferenze leopardiane nel mal de’ fiori di Carmelo Bene, mostrando come il primo “primamore” non sia un semplice omaggio, ma una tensione profonda: Bene non si limita a evocare Leopardi, lo attraversa, lo reinventa, lo porta nel territorio della sua lingua estrema. Paiano ha mostrato come la presenza leopardiana sia una ferita e una scintilla: un punto di contatto che rivela la continuità tra la tradizione e la sua più radicale metamorfosi.
Le conclusioni di Antonio Lucio Giannone hanno restituito alla giornata la sua unità profonda: la Carta poetica del Sud non è un repertorio di autori, ma un gesto critico, un modo di pensare la letteratura come corpo vivo, attraversato da tensioni, da ritorni, da aperture. Il Sud emerge come una costellazione: non un luogo geografico, ma una postura etica ed estetica, un modo di stare nel mondo attraverso la parola. In questa sessione, la Summer School ha mostrato che la tradizione meridionale non è un’eredità da custodire, ma un campo da attraversare, un orizzonte che continua a generare domande, a chiedere ascolto, a pretendere futuro.



