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Disciplina ed onore o populismo anticasta?

Dopo che l’INPS ha lasciato filtrare la notizia dei 5 parlamentari che hanno chiesto (e tre di loro ottenuto) il bonus da 600 euro per l’emergenza economica da coronavirus, evitando di fornire i nomi, il tormentone politico di questa torrida estate è diventato la caccia  ai furbetti del bonus, additati al ludibrio popolare da quegli stessi leader che li hanno scelti e “nominati” deputati.

A scanso di equivoci va detto che la condotta dei 5 furbetti anche se non appare illegale perché, se effettivamente titolari di partita IVA, potevano chiedere il bonus erogabile senza alcun limite di reddito, è profondamente riprovevole. Approfittare di una misura di emergenza prevista per i lavoratori danneggiati dal lockdown, avendo percepito senza interruzioni l’indennità parlamentare e gli altri benefici collegati alla funzione, è un’indecenza che rende tale comportamento disonorevole, in quanto palesemente contrario al principio espresso dall’art. 54, secondo comma, della Costituzione, che recita: «I cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina e onore».

Ferma restando la riprovazione per tale condotta, deve essere respinta fermamente la falsa campagna moralizzatrice dei professionisti dell’antipolitica, che si scandalizzano dei peccati della “casta” ad uso e consumo di una politica di discredito delle istituzioni rappresentative. Questa politica è culminata con la riforma che ha drasticamente ridotto il numero dei parlamentari e che adesso si trova ad affrontare le forche caudine del referendum.

In realtà la vicenda dei furbetti del bonus è solo uno dei tanti indici del degrado della qualità dei componenti del Parlamento, che ha trovato espressione in fatti molto più gravi, come le mozioni approvate, sia dalla Camera che dal Senato, con le quali si sollevava conflitto contro la magistratura sostenendo che Berlusconi, esercitando delle pressioni sulla Questura di Milano per ottenere il rilascio di Ruby rubacuori, aveva agito per un superiore interesse dello Stato, essendo convinto che si trattasse della nipote di Mubarak.

La qualità scadente della rappresentanza parlamentare è direttamente collegata all’evoluzione oligarchica del sistema politico che, a partire dall’introduzione del maggioritario, ha progressivamente escluso la possibilità dei cittadini elettori di mettere becco nella selezione dei propri rappresentanti, conferendo ogni potere nelle mani dei capi o dei “proprietari” dei partiti.  Come ha osservato Massimo Villone (il Manifesto del 12 agosto) il problema “si affronta anzitutto restituendo agli elettori il potere di scegliere davvero i propri rappresentanti, e togliendo alle gerarchie di partito quello di assicurare seggi e poltrone a sodali, amici, parenti, affini, clienti, finanziatori e simili. Il voto bloccato è la prima fonte di infezione. Sarebbe utile anche una solida legge sui partiti politici in attuazione dell’art. 49 della Costituzione. Il taglio dei parlamentari, invece, può solo togliere voce a parti importanti del territorio e a forze politiche consistenti.”

Noi non sappiamo se la notizia sui 5 parlamentari e sui 2000 politici nelle istituzioni regionali e locali beneficiari del bonus sia stata fatta filtrare ad arte per reagire al progressivo sfaldarsi del fronte del “SI”, con l’intento di alimentare ulteriormente il discredito del Parlamento o sia frutto del caso. Non ci interessano le teorie complottistiche, il problema è di evitare che da un fatto vero si possano trarre delle conclusioni sbagliate.

Il Fatto Quotidiano, organo di punta della campagna per il SI, ha lanciato una petizione popolare, che in poco tempo ha raggiunto migliaia di firme, per chiedere all’INPS di rendere pubblici i nomi dei parlamentari che hanno presentato la richiesta di bonus perché è diritto di ogni cittadino conoscerli “al fine di potersi meglio determinare quando esprimerà il proprio voto”.

Senonchè bisognerebbe spiegare ai cittadini che questo potere non ce l’hanno più. Viceversa rimane l’esigenza di ristabilire un rapporto di fiducia fra i cittadini elettori ed i loro rappresentanti che siedono in Parlamento. Per questo l’ultima cosa da fare è di aumentare la distanza fra gli eletti e gli elettori e di ridurre ulteriormente il pluralismo, come fa la riforma che taglia il numero dei parlamentari, alzando l’asticella del rapporto fra parlamentari ed elettori al punto da farci precipitare all’ultimo posto in Europa.

di Domenico Gallo

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